SatirArte

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L'unica cosa che non va, nella razza umana, è la maledetta razza umana. Mark Twain

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lunedì, 12 maggio 2008

Vite di Vetro




Una...due....tre.....diciotto....trentanove...cento....

L'immagine iniziale affascina e accattiva poichè mi riporta all'inizio di un altro romanzo di uno degli autori a me più cari, Paulo Coelho.
Precaria in eterno del difficile e forse  da un certo punto inutile mestiere di vivere, non so come non so dove non so perchè, Margherita decide
per la svolta ecologica e si lascia andare al suo ruolo evoluzionisticamente prefissato nella catena alimentare. Sceglie di spegnere l'interruttore con un click.

Non so come non so dove non so perchè, l'ultimo lavoro di Rita Pani, "Vite di vetro", richiama in me l'immagine di una croce di S. Andrea.
Due rette, una discendente, l'altra ascendente. Due donne diverse, due vite non parallele, che s'incontrano in un punto, quello della realizzazione o meno dell'essere donna per entrambe: l'irrealizzabile maternità per Margherita, la scoperta del trasporto della vita nel proprio grembo per l'altra, il nome della quale, scelto dall'autrice, sembrerebbe tutto un programma: Vittoria.
Sembrerebbe, ma mai sensazione fu più sbagliata. Le due facce della stessa medaglia, a quel punto, cominciano a separarsi di nuovo, seguendo direzioni opposte rispetto a quelle di partenza: di qui l'immagine mnemonica della croce, di una forbice tagliente, di qui la sua proprietà nella fattispecie in questione, I suppose.

Il romanzo fluisce godibile, come nelle capacità innate della scrittrice, neorealista, nata e cresciuta in uno dei numerosi deretani ( per assegnazione non autoctona) d'Italia e come tale dotata della capacità di guardare nella fragile boccia di vetro dall'esterno, combattuta fra la voglia innata di essere dentro - come tutti - e l'intima soddisfazione, minata da un'atavica solitudine, della coscienza di non poter mai essere in grado di entrare, per bisogno disperato di aria pulita - con un cinico sorriso -e nella coscienza della quotidiana lotta nel cercarla, laddove essa si fa più rarefatta. Costante e quasi spasmodica ricerca del minimo particolare, che rende visibile spunto di riflessione anche ciò che in apparenza può sembrare insignificante, nell'economia di un racconto scritto, e che eleva questo romanzo quasi al rango di dizionario del quotidiano spicciolo per immagini.

Inesorabilmente, le due storie vedono il loro epilogo nello stresso punto da dove sono iniziate, riflesse in uno specchio.

Alla fine osserviamo, in primo piano, le gambe nude, scalze, glabre, di due femmine, sospese nell' aere lattiginosa e incerta: una delle due sfida, testarda e finalmente risoluta, la forza di gravità; l'altra, sconfitta, la subisce definitivamente.


Gammarò Editori
http://www.ritapani.it/Vite.htm


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venerdì, 28 marzo 2008

Comunicare XX





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lunedì, 07 gennaio 2008

Le 4 giornate di Napoli




Con il nome di Quattro giornate di Napoli (27-30 settembre 1943) si indica comunemente un episodio storico di insurrezione avvenuto nel corso della Seconda guerra mondiale, tramite il quale la popolazione riuscì a liberare la città di Napoli dall'occupazione delle forze armate tedesche.

L'avvenimento, che valse alla città di Napoli il conferimento della Medaglia d'Oro al Valor Militare, consentì alle forze alleate anglo-americane di trovare al loro arrivo, il 1 ottobre 1943, una città già evacuata dall'occupante nazista, da cui era praticamente riuscita a liberarsi grazie all'eroismo e al coraggio dei suoi abitanti, ormai esasperati ed allo stremo per i lunghi anni di guerra. Napoli fu la prima, tra le grandi città italiane, ad insorgere contro l'occupazione nazista. In pratica" il cocco munnato e bbuono".

Che si inizi ancora una volta da qui?

Qui il video non censurato da Repubblica, quotidiano dimostratosi spelonca di leccaculi al pari de Il Giornale e Libero.

Osservatelo attentamente, prima che venga fatto "sparire", per capire chi realmente siano i "camorristi" che si oppongono al tranquillo svolgimento del "bene pubblico".

PS
Marescià...quando fate una pausa dal "controllo", o' ccafè è sempre cavero dint' 'a machinetta....


mercoledì, 02 gennaio 2008

Il Parmigianino










Francesco Mazzola, detto il Parmigianino, è nato il giorno 11 gennaio 1503  a Parma, dove, proveniente dal Pontremolese, si era stabilita la sua famiglia di artisti. Inizia giovanissimo a dipingere sotto l'ala protettrice e incoraggiante degli zii Pier Ilario e Michele Mazzola (pittori come il padre Filippo, morto nel 1505). Figura tra le più originali del manierismo italiano, proprio nella sua città natale comincia a stupire il sospettoso ambiente artistico e religioso di provincia con le opere in San Giovanni Evangelista e a Fontanellato, suscitando curiosità e invidia nel più maturo maestro Correggio, dalle cui premesse era per altro partito.

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Il suo stile diventa presto simbolo del gusto cortese, quasi imperiale.
Basti pensare ai ritratti da lui eseguiti che compongono un'ampia galleria di personaggi di affascinante presenza, come quello celeberrimo di Carlo V, oppure al suo famoso "Autoritratto allo specchio", in cui si ritrae con ''l'aspetto grazioso molto e più tosto d'angelo che d'uomo'', mentre si accinge al suo desiderato viaggio a Roma. Qui rimane abbagliato dall'arte di Michelangelo e Raffaello, lui che pur in giovane età aveva già sperimentato tecniche e forme, confrontandosi senza paura con l'iconografia religiosa e letteraria del suo tempo, trovando uno stile d'espressione del tutto personale la cui cifra espressiva è legata ad una certa enigmaticità del rappresentare.
L'attività in questo senso è poi frenetica e si sviluppa in tutte le sedi
tipiche dell'artista del tempo: tele, affreschi ma anche pale d'altare.


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A Roma ha modo di accedere alle "enclave" del potere, di vedere da vicino non solo i personaggi più influenti del suo tempo in campo politico e finanziario, ma anche di avvicinare quegli artisti che, eredi della grande lezione di Raffaello, tentavano disperatamente di aggiudicarsi ricche commesse proprio da quei potenti: speranze frustrate dall'ormai tristemente celebre Sacco di Roma, in cui la città eterna fu conquistata e duramente saccheggiata da lanzichenecchi e spagnoli, i quali crearono anche notevoli danni al patrimonio artistico.
Per sfregio, ad esempio, il nome di Lutero fu inciso con la punta d'una
spada sull'affresco "La Disputa del Santissimo Sacramento" nelle Stanze di Raffaello, mentre un altro graffito inneggiava a Carlo V imperatore.


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Inoltre, oltre a qualcosa come dodicimila morti, stupri e soprusi, con il
Sacco di Roma è andato perduto anche un tesoro d'arte inestimabile, ossia la maggior parte dell'oreficeria artigiana di chiesa.

Tutto ciò, stando ai resoconti dei biografi più autorevoli, turbò
profondamente l'animo del già sensibile artista, apparentemente appagato e sereno. Il Parmigianino stranamente si allontana dalla passione pittorica e comincia a dedicarsi all'alchimia in maniera quasi ossessiva, inseguendo il sogno di sempre dei seguaci di questa disciplina, ossia quello di trasformare il mercurio in oro.
Il risultato di questa mancanza di concentrazione artistica è che il
Parmigianino non riesce più a trovare per i suoi cicli pittorici la giusta
ispirazione che mai gli era mancata.


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Tale è lo stato di crisi dell'artista che per un lungo periodo non riesce
neanche a finire gli affreschi della chiesa della Steccata in Parma. E
proprio in quegli anni realizza un autoritratto dipingendosi con il volto
segnato e l'aria stanca ma dallo spirito ancora bruciante, così come lo
stesso Vasari ne riporta le carateristiche di "uomo quasi salvatico".
Muore di lì a poco (24 agosto 1540) e vuol essere sepolto "nudo con una croce d'arcipresso sul petto in alto" a Casalmaggiore, lungo il Po.


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Fra le ultime e più famose opere figurano la celebre "Madonna dal collo lungo", conservata nella Galleria degli Uffizi a Firenze e l' "Antea" nel Capodimonte di Napoli.


mercoledì, 05 dicembre 2007

Il più bel Concerto per violino mai composto

Il concerto per violino e orchestra in Re maggiore Op. 61 è stato composto da
Ludwig van Beethoven in circa sei mesi nel 1806, ed è in tre movimenti:
Allegro ma non troppo
Larghetto
Rondò: Allegro
Il secondo e il terzo movimento sono collegati direttamente tra di loro
senza alcuna interruzione.






Dedicato a Stephan von Breuning, un amico d'infanzia del
compositore, venne concepito in uno dei periodi più fertili della produzione
musicale Beethoveniana. Fu eseguito per la prima volta il 23 dicembre 1806 dal violinista e direttore d'orchestra Franz Clement, che probabilmente
aveva anche commissionato l'opera. L'esecuzione non ebbe il successo che Beethoven si aspettava, anche perché Clement, nel bel mezzo del concerto, appena dopo il primo movimento, pare abbia sospeso il concerto iniziando a suonare delle variazioni proprie sulla prima parte del concerto.
In seguito venne totalmente abbandonato dal compositore, che non volle neanche apportare nessuna modifica. Fu una successiva esecuzione postuma a dare al concerto il suo successo. Come già accaduto qualche anno prima per Johann Sebastian Bach con la Passione secondo Matteo fu fatta anche per questo concerto una riscoperta nel 1844 da parte di Felix
Mendelssohn, eseguito dal virtuosista del violino Joseph Joachim. Di
questo concerto per violino Beethoven fece anche una trascrizione per
pianoforte, visto l'insuccesso iniziale della versione originaria.
Ovviamente alla trascrizione dovette aggiungere di sana pianta la parte per
la mano sinistra e fu dedicato a Julie Breuning.




Questo concerto rappresenta una delle pagini più alte del genio musicale del grande compositore, sia per la bellezza di cui sono pregni i tempi, sia per i dialoghi intimi che di volta in volta il violino, nella successione dei tre
movimenti, porta a proporre e a sviluppare con eccelsa maestria. Per quella sua particolarità d'essere molto brillante nell'esecuzione, fa sì che questo concerto sia nel carnet di tutti i più affermati violinisti del mondo.




Per apprezzare la chiusura del Concerto per Violino ed Orchestra di Ludwig
van Beethoven (1770-1827) dobbiamo innanzitutto guardare altrove. Dobbiamo dapprima prestare attenzione all'apertura dell'ultimo movimento (che dura circa dieci minuti).





Beethoven sceglie un Rondò. (Il Rondò è una struttura musicale nella quale il motivo iniziale ritorna periodicamente).
Un Rondò? Ma è pazzo? Come vedete, il violino apre il movimento con un motivo che poi è ripetuto identico dall'orchestra, non c'è contro-tema: la struttura meno indicata.
E dove sta il secondo motivo, per il finale? Come diavolo li separerà, violino
ed orchestra? Ludwig ha già rinunciato ad uno dei pochi trucchi disponibili
(differenza di tema) per salvare la pelle al violino nel finale? Perché una
simile scelta suicida?
Confusi come più non potremmo esserlo, passiamo ora ad ascoltare il finale.



Finale che è introdotto da un pezzo di bravura del violino solista che, da
solo, annienta l'orchestra intera. Non ci sono dubbi su chi sia la vera
star, qui. Quindi la vera cavalcata finale, la quale, come sempre con
Ludwig, inizia da fermo, dopo una pausa nella quale tutto ciò che è stato
costruito sino ad allora è distrutto. Siamo a -1:50 circa dalla fine.

Prima sorpresa: ci sono due motivi, creati spezzando il motivo del Rondò
iniziale. Come ha fatto? Nel modo più splendido che si possa immaginare. È stato il violino, nel suo 'a solo', a scindere il motivo originario e a
contrapporsi a se stesso, saltando sulle corde, un motivo grave contro uno
acuto; quindi ad abbandonare il motivo grave, recuperato dall'orchestra
(come un vero principe che conceda le armi al proprio avversario) - un
motivo minuscolo che l'orchestra ripete e ripete trasformandolo in un'eco
minacciosa (come se brandisse l'arma appena raccolta). E qual è questo
motivo? Uno banalissimo, basato su due note, che saranno proprio quelle di chiusura dell'orchestra (come poi vedremo): ma allora scopriamo che persino il motivo del Rondò iniziale non poteva essere uno qualsiasi, perché la sua struttura doveva già contenere l'embrione della fine. Le prime due note del motivo iniziale del Rondò (suonate in sequenza da orchestra e violino) diventeranno le ultime due note del movimento (suonate all'unisono dai due protagonisti).

Seconda sorpresa: a -1:00 il violino duetta con i fiati, ai quali per un
attimo viene concesso un ruolo solista (sacrilegio! Ma l'aveva già fatto
prima nel corso del movimento). Il tema sembra perso, violino e flauti
sembrano divagare, abbiamo smarrito la rotta? No, a Ludwig bastano
pochissime battute (nessun altro generale è mai riuscito a schierare le
proprie truppe più fulmineamente di Beethoven; la facilità con la quale
Beethoven cambia sipario e punta istantaneamente al traguardo è un 'unicum' che sbalordisce ogni volta: sembra semplicissimo) e lo schema di chiusura è chiaro, serie di sequenze col violino al comando e l'orchestra che risponde: è passato un solo attimo ed il gran finale è già lanciato, lo schieramento è perfetto, tutto è predisposto in modo ideale, ci siamo, ora intravediamo come concluderà.
Ed invece no.
Ludwig non se lo concederà il finale tanto atteso, non chiuderà
così perché - anche se musicalmente perfetto - non c'è abbastanza fantasia per quel sentiero. Quindi ne prende un altro.
Vuole il violino costantemente al comando, non intende concludere sullo slancio, vuole tagliare il traguardo da fermo. Non conta se così tutto diventa straordinariamente più difficile, è quello il suo sentiero.
Il violino va sempre più in alto, l'orchestra risponde, le sequenze salgono,
l'energia si accumula, il nostro orecchio segue perfettamente, il cervello
prefigura la conclusione, attendiamo l'ultimo accordo e.. che succede? Le
sequenze smettono di salire, tornano giù e Beethoven frena tutti, dolcemente (vuole che lo slancio si esaurisca completamente) e - a una sola riga dalla fine - non c'è più musica, non c'è più slancio, più niente! Tutto lavoro sprecato, il violino in controtempo, i due motivi, l'energia accumulata, tutto gettato via, inutilizzabile, tutto distrutto.
Pausa, un solo istante di sospensione.
Poi il violino riparte, da fermo, da solo. Taglia il traguardo in crescendo,
ritrova l'orchestra sulle ultime due note.
Una riga, una sola, per passare da zero all'infinito.

Joshua Bell - violino
http://www.myspace.com/joshuabellviolinist
postato da: Vanhacker alle ore 12:42 | link | commenti
categorie: grandi opere, grandi artisti, au clair de lune
sabato, 01 dicembre 2007

Cesar Franck

Violin Sonata in A major (1886)

Cesar Franck (December 10, 1822–November 8, 1890)


Allegretto ben moderato
Allegro
Ben moderato
Allegretto poco mosso


Dedicated to violinist Eugene Ysaye





Franck was looked down upon by Brahms, who neglected even to glance at a score that Franck sent to him from Paris. Born in Belgium, Franck moved to France; there he became the dominant force in music, accruing a large group of ardent devotees. Unlike Brahms or Beethoven (or Wagner, for that matter), Franck was a saintly man, always kind in manner and speech. To increase the gulf separating him from Brahms and Beethoven, Franck, disinterested in fame and fortune, managed to get married (but it wasn't a happy marriage). An unsuccesful—though virtuoso—pianist, it wasn't until Franck began to play the organ at age 30, improvising for hours on the organ of Ste. Clothilde, that he found his vocation. Even then, he was a late bloomer; all of his best known music was written after he was 53 years old.





Franck's compositional style favors frequent modulations, and, like Liszt's B minor Sonata, he develops the initial melodic material throughout the piece. His pieces are sensuous, yet spiritual and serene. He promised Wagner's wife, Cosima, a violin sonata in 1859, but put it off. Finally, the famed Ysaÿe, a fellow Belgian (born in Franck's hometown), persuaded Franck to write a violin sonata in honor of Ysaÿe's wedding. The 1886 premiere took place in an art gallery in Brussels. The room was so dark that Ysaÿe was forced to play the sonata largely from memory!





The opening movement is in sonata form, but leaves out the development section, to avoid conflict. It is harmonious and reflective. The piece develops less by thematic opposition than by a gradual rising and falling of tension. It uses what Franck referred to as "cyclic" development: all the movements share common thematic threads. The second movement is turbulent, but subsides to a foreboding calm. The third movement is somewhat amorphous; Franck called it a "recitative-fantasia." The Finale opens with a sunny theme, in perfect canon! There is a recapitulation of sorts, and the ending is fervent; a proclamation of love for the married couple.





Christian Ferras- violin, and Pierre Barbizet - piano.
postato da: Vanhacker alle ore 10:16 | link | commenti
categorie: grandi opere, grandi artisti, au clair de lune
martedì, 31 luglio 2007

In ricordo di Michelangelo Antonioni


In ricordo di Antonioni
Caricato da Vanhacker
 
      La crisi del senso nel cinema di Michelangelo Antonioni
di Mariella Cruciani

 
     





Il recente restauro di La signora senza camelie rappresenta un’ottima occasione per ripercorrere, brevemente, l’intera attività artistica di uno degli indiscussi Maestri della storia del Cinema.
Antonioni esordisce nel lungometraggio a quasi quaranta anni, con Cronaca di un amore, un film che contiene già in sé quelle che saranno le caratteristiche dominanti di tutta la sua filmografia: l’analisi psicologica, il tema della crisi della borghesia, la struttura “gialla”.
L’interesse per la vita interiore torna, prepotente, in I vinti, tre storie sul vuoto esistenziale della gioventù europea, dopo la guerra.
Anche nelle pellicole successive, Antonioni continua a privilegiare sentimenti e stati d’animo: così, nell’episodio di Amore in città fa parlare i protagonisti di alcuni tentati suicidi per amore; La signora senza camelie è un inquieto ritratto di donna; Le amiche tratto dal romanzo di Cesare Pavese Tre donne sole, preannuncia la sconfitta del personaggio centrale di Il grido.
Con il film del 1957 si conclude una prima fase della produzione del cineasta ferrarese e ha inizio il cosiddetto ciclo degli affetti alienati.

L’avventura, La notte, L’eclisse, Il deserto rosso più che una tetralogia costituiscono una vera e propria creazione unitaria: il bisogno disperato di Claudia, Lidia, Vittoria e Giuliana, nomi diversi per una stessa donna, di riempire il baratro interno, di superare l’angoscia, con un rapporto d’amore autentico, si scontra, inesorabilmente, con la frustrazione.
Ci sono giorni in cui avere in mano una stoffa, un ago, un libro, un uomo, è la stessa cosa – afferma Vittoria in L’ECLISSE, sancendo definitivamente l’incomunicabilità tra i due sessi.
La ricerca di Antonioni non si esaurisce, però, qui: la crisi del senso non investe solo i sentimenti ma, persino, i fatti e l’identità individuale, come dimostrano le vicende del fotografo di Blow up, che crede di vedere e non vede, e del giornalista di Professione reporter che, prima dello scambio, una volta, era un altro.
Tra i due film sopracitati si colloca Zabriskie point, con la famosa sequenza dell’esplosione dei simboli del benessere, girata al rallentatore con 17 macchine da presa, su musica dei Pink Floyd.
Il regista porta a compimento, in questo modo, la critica, presente in tutti i suoi lavori, ad un certo tipo di società e di modello di sviluppo: si pensi al mondo della Borsa in L’eclisse o al paesaggio industriale di Il deserto rosso.
Se per il film del 1964, volendo rendere le tonalità dell’angoscia, Antonioni vernicia antinaturalisticamente oggetti e ambienti, con Il mistero di Oberwald compie un ulteriore passo in avanti e sostituisce la vernice con l’elettronica.
Girando, per primo, con la telecamera, l’artista sperimenta, infatti, le possibilità di un modo nuovo di fare cinema: non certo per ottenere risultati da “special effects”, alla Coppola, ma per arricchire ulteriormente la struttura epifanica delle sue opere.

Anche se nessun blow-up consente di cogliere davvero gli avvenimenti e nonostante i misteri del sole sembrino a Niccolò di Identificazione di una donna più abbordabili rispetto a quelli relativi alla natura umana, Antonioni continua caparbiamente a guardare, come dichiara il titolo del suo ultimo film, Al di là delle nuvole, ossessionato dalla vera immagine di quella realtà assoluta, misteriosa che nessuno vedrà mai. Fino alla scomposizione di qualsiasi immagine, di qualsiasi realtà.

Quando il cinema, come in questo caso, diventa tutt’uno con la sofferta ricerca del significato dell’esistenza, non può essere che grande arte.
 
 

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lunedì, 30 luglio 2007

In ricordo di Ingmar Bergman

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In ricordo di Bergman
Caricato da Vanhacker



IL SETTIMO SIGILLO

 

di Ingmar Bergman

 

 

 

 

I

 

E' l'alba di una fredda giornata nordica. Nel cielo ingombro di nuvole grigie e opache un falco sorvola la scogliera in cerca della preda che la natura gli ha promesso. Una preda viva e calda, non le carogne putrefatte di cui si accontentano i corvi. Sfrutta il vento e le correnti d'aria come per risparmiare le forze perché forse la caccia sarà ancora lunga. Sotto di lui le onde che si frangono sugli scogli recitano all'infinito il loro messaggio ritmato.

 

QUANDO L'AGNELLO APERSE IL SETTIMO SIGILLO

NEL CIELO SI FECE UN SILENZIO DI CIRCA MEZZ'ORA

E VIDI I SETTE ANGELI CHE STAVANO DINANZI A DIO

E FURONO LORO DATE SETTE TROMBE.

 

Il cavaliere dorme sulla spiaggia sassosa come un naufrago rigurgitato dal mare in tempesta. Al suo fianco una preziosa scacchiera coi pezzi ancora disposti nella posizione della partita interrotta.

Pur nel sonno brandisce la spada. Senza quella precauzione ora sarebbe solo polvere nella polvere.

L'insegna sulla tunica ci dice che è un crociato, ma più ancora ce lo dice il suo abbandono, come solo si osserva in chi ha molto cavalcato e ancor più combattuto e ucciso.

Pochi metri più in là, i piedi lambiti dalla risacca, dorme lo scudiero, anch'egli brandendo un'arma, mentre sul bagnasciuga le due cavalcature attendono tranquille.

Ora il cavaliere ha aperto gli occhi e fissa pensoso l'orizzonte.

Il sole è una pallida luce che spunta faticosamente dalla distesa schiumosa e plumbea del mare.

Lo scudiero si rigira sui sassi. Cerca una posizione più comoda su quel duro giaciglio e volge al cielo la fronte solcata da una lunga cicatrice chiara, ricordo del ferro saraceno.

Il cavaliere è entrato nell'acqua e si sta rinfrescando il viso e il collo, come se volesse lavar via gli incubi della notte, del viaggio, della vita.

Quindi torna al suo giaciglio, si inginocchia, giunge le mani, prega.

Non ci è dato sapere se ringrazi Dio per averlo conservato in vita, o se gli chieda aiuto per un qualche segreto proposito di vendetta.

E' ora di rimettersi in cammino.

Ha aperto il sacco per riporvi le sue cose quando una figura gli si fa incontro, pallida, spettrale, avvolta in un lungo mantello nero.

- Chi sei tu?- chiede il cavaliere, la voce ferma e pacata, ormai senza paura.

- Sono la Morte.- risponde la figura col mantello.

- Sei venuta a prendermi?-

- E' già da molto che ti cammino a fianco.-

- Me n'ero accorto.-

- Sei pronto?-

- Il mio spirito lo è, non il mio corpo.-

Il cavaliere s'è alzato in piedi a fronteggiare meglio il suo potente interlocutore. La Morte avanza e dispiega il mantello come se fossero ali.

- Dammi ancora del tempo.-

- Tutti lo vorrebbero. Ma non concedo tregua.-

- Tu giochi a scacchi, non è vero?-

- Come lo sai?-

- Lo so. L'ho visto nei quadri, lo dicono le leggende.-

- Sì, anche questo è vero, come è vero che non ho mai perduto un gioco.-

- Forse anche la Morte può commettere un errore.-

- Per quale ragione vuoi sfidarmi?-

- Te lo dirò se accetti.-

- Avanti allora...- lo invita la Morte.

I due siedono alla scacchiera e si studiano in silenzio.

- Perché voglio sapere fino a che punto saprò resisterti, e se dando scacco alla Morte avrò salva la vita.- riprende il cavaliere.

Ha preso in mano due pedoni e sorteggia le parti.

- Ti tocca il nero.- dice il cavaliere.

- Si addice alla morte, non credi?-

Ora i pezzi sono sistemati nella posizione d'inizio.

 

 

II

 

Il cavaliere ha ormai raccattato le sue cose e si avvicina al cavallo per sistemare le bisacce.

Sveglia con un calcio lo scudiero, che gli risponde con una smorfia da clown. Non c'è disprezzo o cattiveria in quel calcio, non c'è disprezzo o cattiveria in quella smorfia. Sembra piuttosto il collaudato rituale fra due uomini affratellati da mesi di dure sofferenze della carne e dello spirito.

Lo scudiero si tira su e rinfodera il pugnale.

La notte è passata e nessuno ha approfittato del buio contro di loro.

Il cavaliere monta a cavallo, e lentamente s'avvia.

Lo scudiero arranca dietro di lui a piedi conducendo il proprio animale per la capezza.

Avanzano piano lungo la spiaggia scabra come pelle di drago, poi risalgono la scogliera.

Ora lo scudiero è dietro, anche lui a cavallo, e canta.

 

      E' stanco il cavaliere, è stanco lo scudiero,

      ma il cavaliere è fiero e ammetterlo non può.

      Ei sogna di pranzare, di bere e poi dormire

      però non lo vuol dire, o forse non lo può.

 

Sembra un giullare che cerchi di provocare il padrone. Ma il cavaliere tace.

Procedono al passo, senza sprechi di energie, attraverso la desolata brughiera deserta, sempre costeggiando il mare.

- A Färjestad non facevano che parlare di orribili portenti...- continua lo scudiero- ...due cavalli si son divorati l'un l'altro, e nella notte le tombe si sono aperte. Le ossa dei sepolti sono state sparse ovunque. Al tramonto si son visti quattro soli nel cielo...-

La mattina sta volgendo al termine e la stanchezza comincia a farsi sentire.

I due si fermano e lo scudiero smonta per chiedere informazioni a un uomo che è immobile per terra vicino al suo cane.

- Scusate, c'è una locanda qua attorno?-

L'uomo non risponde, neppure quando lo scudiero lo scuote.

Lo scudiero gli afferra la testa incappucciata e la gira verso di sé.

Il viso è un teschio incartapecorito e l'uomo è morto da molto tempo.

Lo scudiero risale a cavallo. Riprendono il viaggio fianco a fianco, mentre il signore lo interroga.

- Hai saputo qualcosa?-

- Molto poco.-

- Che ti ha detto?-

- Non ha parlato.-

- Era muto?-

- No, signore, non esattamente. Anzi direi che a modo suo era estremamente eloquente.-

- Davvero?-

- Ah certo, senz'altro. Ma di un'eloquenza piuttosto funebre, mi sono spiegato?-

 

 

III

 

Poco lontano dalla strada è accampata una piccola compagnia di saltimbanchi. Il loro unico carro sgangherato è fermo sotto a un albero, e il cavallo pascola lì vicino trattenuto da una longhina. I due uomini e la donna, sul carro, dormono ancora.

Uno dei due uomini si sveglia. Colpa di una mosca che gli ronzava intorno, sfacciata e insistente come le mosche sanno esserlo. Peggio per lei, perché l'uomo l'ha schiacciata. Ora sbadiglia. Poi striscia carponi fuori dal carro, piano piano, per non svegliare nessuno.

E' un mimo, un attore, uno che vive sul palcoscenico, non c'è dubbio. Nessuno lo guarda, nessuno lo vede e nondimeno lui carica i gesti e le espressioni come se dovesse farsi capire dal più sprovveduto degli spettatori. E' un vizio che ha preso durante gli spettacoli, un vizio che poi gli si è appiccicato addosso anche nella vita.

Fra una capriola e una piroetta ha raggiunto la ghirba che penzola dall'albero. Si esibisce in un gargarismo e uno sputo,  e, da ultimo, in una carezza affettuosa al cavallo.

- Buon giorno bello. Tu l'hai già fatta la colazione, eh? Il guaio è che io non riesco a mangiare l'erba. Perché non me lo insegni? Sarebbe molto comodo di questi tempi, visto che la gente qui non ama troppo l'arte.-

Fa saltare goffamente due palle di stoffa colorata. Gli servirebbero ancora molte ore di duro esercizio. Ma forse no, quel che poteva imparare l'ha già imparato.

Ecco. Sta succedendo qualcosa.

L'attore lentamente si gira, l'espressione dell'estasi dipinta sul viso.

Ode una musica celestiale che gli altri non odono.

Vede quel che gli altri non vedono.

La Vergine col Bambino sta attraversando la radura.

Si frega gli occhi, incredulo. La visione è scomparsa. Corre nel carro, con l'animo traboccante di gioia.

- Mia, svegliati, svegliati presto! Devo dirti quello che ho visto! Svegliati!-

- Che c'è? Cos'è accaduto?-

- Sta a sentire. Ho avuto una visione! E poi non era una visione, era proprio come una cosa vera, te l'assicuro.-

- Ti prego, non ricominciare...-

- Comunque io l'ho vista.-

- Chi? Chi hai visto?-

- La Santa Vergine Maria.-

- Dici davvero?-

- Era così vicina che avrei potuto toccarla. Aveva sul capo una corona d'oro e una veste azzurra trapunta di fiori. Sai, camminava sull'erba a piedi nudi e con le sue piccole mani bianche sorreggeva dolcemente il Bambino a cui insegnava a camminare. Si accorse che l'avevo vista... e allora mi sorrise. Le lacrime mi annebbiarono gli occhi e quando ci rividi chiaramente era scomparsa. E un grande silenzio era tutt'intorno, immenso, su nel cielo e in terra. Un grande silenzio.-

Mia lo accarezza come si accarezza un bambino col quale si debba avere molta pazienza.

- Ma guarda le cose che sai inventare...-

- Lo sapevo che non mi avresti creduto. Eppure è la verità che ti ho detto. Ma non la verità che dico tutti i giorni, un'altra verità, capisci, più vera...-

- La stessa di quando mi raccontasti che il Diavolo, usando la coda come pennello aveva dipinto di rosso le ruote del nostro carro...-

- Oh, tu non fai che tirare fuori questa storia...-

- ... e poi scoprimmo che t'era rimasto del colore sotto le unghie?-

- Beh, è stata l'unica volta che ho inventato qualcosa. Lo feci perché speravo che avreste creduto anche a tutto il resto, alle cose vere che sognavo.-

- Tu devi andarci cauto con queste storie o la gente finirà per dire che sei pazzo, e non è vero. Almeno per il momento. Anche se in queste cose non si può mai essere sicuri.-

- Ma insomma, cosa ci posso fare?  Non è colpa mia se delle voci mi parlano, se mi appare la Santa Vergine, e se gli angeli e i diavoli ci tengono tanto alla mia compagnia.-

L'altro uomo si tira su infastidito.

- Oooh... mio dio... si può sapere quante volte devo dirvelo che alla mattina voglio dormire in santa pace! Vi ho pregato, vi ho scongiurato in ginocchio ma niente da fare. Uff..-

Si ode il pianto di un bimbo. Già, nel carro c'è anche un bimbo e le lamentele del secondo uomo ora l'hanno svegliato.

Mia lo prende dalla sua culla improvvisata, una specie di piccola amaca che penzola nel carro, e lo porta fuori sull'erba, accanto al padre. L'attore gioca col figlioletto per rimetterlo di buon umore, goffo come lo sono gli uomini coi figli troppo piccoli.

- Mikael, Mikael... du-du-dudu-dudu-duuuuh...-

- Voglio che Mikael abbia una vita migliore della nostra.- dice la mamma e pensa che nessuno al mondo potrà opporsi alla sua decisione.

- Mikael diventerà un grande acrobata.- rincalza il padre - oppure un giocoliere famoso per un suo straordinario incredibile esercizio.-

- E cioè quale esercizio?-

- Quello di far restare ferma nell'aria una clava.-

- Ma è impossibile.-

- Sì, per noi è impossibile. Ma non lo sarà per lui.-

L'attore è seduto ai piedi del vecchio albero e guarda il cielo.

- Ah... è tiepida l'aria stamattina.- sospira la giovane moglie e si stringe a lui , gli occhi chiusi, l'animo colmo di fiducia per il suo uomo. Assapora questo momento di gioia, voluttuosamente. Si rende conto che è felice.

- Ho fatto una canzone.- la informa con entusiasmo il marito - L'ho composta stanotte, proprio quando la luna stava tramontando. Vuoi che te la canti?-

-  Certamente, sono molto ansiosa di sentirla.-

L'uomo comincia a cantare. E' difficile stabilire se sia meglio come cantante o come giocoliere.

 

      C'è un usignolo sul ramo di acacia

      che canta all'estate.

      C'è un usignolo su un raggio di luna

      che canta al mio unico amore.-

 

- Mia!... stai dormendo?-

- E' una canzone molto bella.-

- Ma non è mica finita.-

- Sì ho capito, ma vorrei dormire ancora un po'... il resto me lo canti dopo.-

- Dormire... non fai che dormire.-

Dal carro esce l'altro uomo. Ha il viso coperto da una maschera che ricorda un teschio.

- Ti pare una maschera per un attore questa?... domando io... Non fosse che i preti pagano bene ci rinuncerei proprio.-

Nella maschera la voce rimbomba suggestivamente.

- Farai tu la Morte?- chiede il primo attore.

- E pensare che la gente trema di paura quando ci vede con queste stupide cose addosso.-

- Quando reciteremo di nuovo?-

- Alla sagra di Tutti i Santi a Elsinore. Reciteremo sulla scalinata della chiesa, un posto magnifico.-

L'attore con la maschera se l'è tolta e la sua voce risuona ora semplicemente umana, senza il rinforzo della cartapesta.

- Ma non sarebbe meglio recitare qualcosa di più allegro? La gente si diverte di più e ci divertiamo anche noi.- ribatte con semplicità il primo attore.

- Quanto sei stupido. Non lo sai che è scoppiata un'orrenda pestilenza e che i preti s'avvantaggiano delle morti improvvise e dei pentimenti dell'ultim'ora?-

- E io allora che parte farò?-

- Tu sei un gran babbeo e quindi farai la parte dell'Anima.-

- Una parte di cattivo, immagino...-

- E con questo che vuoi dire, chi è il capocomico? domando io...-

Il capocomico si rimette la maschera e con voce impostata prova qualche battuta.

- Rammenta o sciagurato l'eterna Legge. La Vita non è che un dono futile e passeggero che io posso toglierti quando voglio.-

Si leva la maschera, con gesto rapido. Un pensiero improvviso l'ha folgorato, impedendogli di continuare.

- Ma come posso piacere alle donne in questo stato? domando io...-

Piuttosto contrariato, appende la maschera a un chiodo e rientra nel carro.

Mia e il marito restano fuori, lui riprende ad esercitarsi con le palle di stoffa.

- Jof ...-

- Sì... che c'è?-

- Non girarti, non dire niente...-

- Sono muto come una tomba.-

- Ti amo tanto.-

 

 

IV

 

Il cavaliere e lo scudiero giungono a un piccolo santuario sul limitare di una boscaglia. Una campanella rintocca lamentosa spandendo intorno echi di rassegnata sofferenza.

Lo scudiero è entrato in una cappella laterale. Nella luce incerta e tremula delle candele, un uomo sta affrescando le pareti e la volta.

- Che cosa dipingi?-

- La danza della Morte.-

- E quella è la Morte?-

- Sì, che prima o dopo danza con tutti.-

- Che argomento triste hai scelto.-

- Voglio ricordare alla gente che tutti quanti dobbiamo morire.-

- Non servirà a rallegrarla.-

- E chi ha detto che ho intenzione di rallegrare la gente? Che guardino e piangano.-

- Bah... invece di guardare chiuderanno gli occhi.-

- E io ti dico che li apriranno. Un teschio spesso interessa molto di più di una donna nuda.-

- Se li spaventi però...-

- ...li fai pensare.-

- E se pensano...-

- ... si spaventano ancora di più.-

- E corrono a buttarsi in braccio ai preti.-

- Oh, questo non mi riguarda.-

Nella luce ballerina delle candele le figure sulle pareti si animano e sembrano vive. Lo scudiero guarda incantato gli affreschi. Il pittore ha attinto a piene mani all'immaginario dei suoi contemporanei e ora lo ripropone nello splendore dei carmini e dei turchesi, tutta la gamma delle terre e delle ocre, nonché i neri assoluti.

- Tu non pensi che al tuo lavoro, eh?- riprende lo scudiero ammirato.

- Faccio vedere come stanno le cose, e poi che ognuno decida.-

- Molti però ti copriranno di maledizioni.-

- Sicuro, e se saranno in troppi io passerò a un argomento divertente.  Devo pur vivere... fino a che non mi uccide la Peste...-

- La Peste... non è piacevole, eh?-

- Ecco, guarda lì... il collo si gonfia che sembra scoppiare, il corpo si contrae, le gambe e le braccia dallo spasimo si torcono come corde sulla fiamma.-

- Eh... brutt'affare...-

- Puoi dirlo. Il male ti dilania e tu ti mordi le mani e ti laceri le vene con le unghie. E urli e urli sino a che ti rimane un po' di fiato in gola. Ma nessuno più ti aiuta. T'ha messo paura?-

- Paura a me? Vuol dire che non mi conosci.  E là in alto cos'hai dipinto?-

S'avvicinano a un recesso nel muro dove figure umane si lacerano le carni e si straziano a vicenda in un cerchio allucinato. Il realismo della scena è tale che se ne odono i lamenti.

- Molti ormai sono convinti che la pestilenza è una punizione del Cielo. E così turbe di peccatori terrorizzati si trascinano digiuni per le strade flagellando se stessi e gli altri per la gloria del Signore.-

- E si flagellano veramente?-

- Certo. Ed è uno spettacolo orribile. Uno spettacolo che ti fa venir voglia di nascondere il volto in terra per evitare di vederlo.-

- Non hai dell'acquavite? - la voce dello scudiero tradisce una vena di apprensione, o forse solo vago disagio - ho bevuto acqua tutto il giorno e penso che qualcosa di più robusto mi farebbe bene.-

- Lo vedi che t'ho messo paura?-

 

 

V

 

Nel santuario il crociato è in ginocchio ai piedi del crocifisso, un grosso Cristo in legno il cui viso è la maschera del dolore. Ai lati, due feritoie lasciano entrare sottili lame luminose, il cui riflesso si diffonde per la navata.

I rintocchi della campanella cadono nel silenzio come lacrime in uno stagno morto.

Ora il crociato è in piedi. Lungo una parete laterale, al di là di una pesante grata di ferro, si intravede la figura incappucciata di un religioso. Il crociato lo ha scorto, gli si avvicina.

- Vorrei confessarmi ma non ne sono capace, perché il mio cuore è vuoto. Ed è vuoto come uno specchio che sono costretto a fissare. Mi ci vedo riflesso e trovo soltanto disgusto e paura. Vi leggo indifferenza verso il prossimo, verso tutti i miei irriconoscibili simili. Vi scorgo immagini di incubo, nate dai miei sogni e dalle mie fantasie.-

- Non credi che sarebbe meglio morire?-

- E' vero.-

- Perché non smetti di lottare?-

- E' l'ignoto che mi atterrisce.-

- Il terrore è figlio del buio.-

- Che sia  impossibile sapere?-

L'ombra della grata che si staglia netta sul muro evoca l'immagine di una prigione. Il cavaliere è chiuso nella prigione. Dall'altra parte, il religioso. No, non è un religioso. Ora lo si vede in viso. Dall'altra parte della grata, fuori della prigione, c'è la Morte.

Gli occhi del crociato cercano quelli del Cristo in legno, immutabilmente fissi.

- Ma perché... perché non è possibile cogliere Dio coi propri sensi? Per quale ragione si nasconde fra mille e mille promesse e preghiere sussurrate, incomprensibili miracoli. Perché io dovrei avere fede nella fede degli altri? Che cosa sarà di coloro i quali non sono capaci né vogliono avere fede? Perché non posso uccidere Dio in me stesso? Perché continua a vivere in me, sia pure in modo vergognoso e umiliante, anche se io lo maledico, e voglio strapparlo dal mio cuore? E perché nonostante tutto Egli continua ad essere uno struggente richiamo di cui non riesco a liberarmi? Mi ascolti?-

- Certo.- risponde la Morte. Il cavaliere non l'ha ancora riconosciuta.

- Io vorrei sapere, senza fede, senza ipotesi, voglio la certezza. Voglio che Iddio mi tenda la mano e scopra il suo volto nascosto, e voglio che mi parli.-

- Il suo silenzio non ti parla?-

- Lo chiamo e lo invoco e se Egli non risponde io penso che non esiste.-

- Forse è così, forse non esiste.-

- Ma allora la vita non è che un vuoto senza fine. Nessuno può vivere sapendo di dover morire un giorno come cadendo nel nulla, senza speranza.-

- Molta gente non pensa né alla Morte né alla vanità delle cose.-

- Ma verrà il giorno in cui si troveranno all'estremo limite della vita.-

- Sì, sull'orlo dell'abisso.-

- Lo so. Lo so ciò che dovrebbero fare. Dovrebbero intagliare nella loro paura un'immagine alla quale dare poi il nome di Dio.-

- Sei molto agitato.-

- Stamane è venuta da me la Morte. Abbiamo iniziato una partita a scacchi. Col tempo che guadagnerò sistemerò una faccenda che mi sta a cuore.-

- E di che si tratta?-

- Ho passato la vita a far la guerra, a andare a caccia, ad agitarmi, a parlare senza senno, senza ragione... un vuoto. E lo dico senza amarezza e senza vergognarmene. Perché lo so che la vita della maggior parte della gente è tale. Ma ora voglio utilizzare il respiro che mi sarà concesso per un'azione utile.-

- Per questo hai sfidato a scacchi la morte?-

- Sì. Conosce il gioco molto bene, ma fino a questo momento io non ho perso una pedina.-

- E credi davvero che alla fine riuscirai a batterla?-

- Adopero una tattica che evidentemente essa ignora. Al nostro prossimo incontro porterò un attacco sul fianco.-

- Lo terrò presente.-

La Morte lascia che il cavaliere la veda in viso e la riconosca. La mano del crociato stringe con rabbia il ferro della grata.

- Ti stai beffando di me... ma non mi fai paura! Ne sono certo, troverò il modo di batterti.-

- Ci rivedremo alla locanda e lì continueremo la partita.-

La Morte se ne è andata. Il cavaliere ha fiducia nella propria forza.

- Questa è la mia mano. Posso muoverla e in essa pulsa il mio sangue. Il sole compie ancora il suo alto arco nel cielo e io... io, Antonius Block, gioco a scacchi con la Morte.-

 

 

VI