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IL SETTIMO SIGILLO
di Ingmar Bergman
I
E' l'alba di una fredda giornata nordica. Nel cielo ingombro di nuvole grigie e opache un falco sorvola la scogliera in cerca della preda che la natura gli ha promesso. Una preda viva e calda, non le carogne putrefatte di cui si accontentano i corvi. Sfrutta il vento e le correnti d'aria come per risparmiare le forze perché forse la caccia sarà ancora lunga. Sotto di lui le onde che si frangono sugli scogli recitano all'infinito il loro messaggio ritmato.
QUANDO L'AGNELLO APERSE IL SETTIMO SIGILLO
NEL CIELO SI FECE UN SILENZIO DI CIRCA MEZZ'ORA
E VIDI I SETTE ANGELI CHE STAVANO DINANZI A DIO
E FURONO LORO DATE SETTE TROMBE.
Il cavaliere dorme sulla spiaggia sassosa come un naufrago rigurgitato dal mare in tempesta. Al suo fianco una preziosa scacchiera coi pezzi ancora disposti nella posizione della partita interrotta.
Pur nel sonno brandisce la spada. Senza quella precauzione ora sarebbe solo polvere nella polvere.
L'insegna sulla tunica ci dice che è un crociato, ma più ancora ce lo dice il suo abbandono, come solo si osserva in chi ha molto cavalcato e ancor più combattuto e ucciso.
Pochi metri più in là, i piedi lambiti dalla risacca, dorme lo scudiero, anch'egli brandendo un'arma, mentre sul bagnasciuga le due cavalcature attendono tranquille.
Ora il cavaliere ha aperto gli occhi e fissa pensoso l'orizzonte.
Il sole è una pallida luce che spunta faticosamente dalla distesa schiumosa e plumbea del mare.
Lo scudiero si rigira sui sassi. Cerca una posizione più comoda su quel duro giaciglio e volge al cielo la fronte solcata da una lunga cicatrice chiara, ricordo del ferro saraceno.
Il cavaliere è entrato nell'acqua e si sta rinfrescando il viso e il collo, come se volesse lavar via gli incubi della notte, del viaggio, della vita.
Quindi torna al suo giaciglio, si inginocchia, giunge le mani, prega.
Non ci è dato sapere se ringrazi Dio per averlo conservato in vita, o se gli chieda aiuto per un qualche segreto proposito di vendetta.
E' ora di rimettersi in cammino.
Ha aperto il sacco per riporvi le sue cose quando una figura gli si fa incontro, pallida, spettrale, avvolta in un lungo mantello nero.
- Chi sei tu?- chiede il cavaliere, la voce ferma e pacata, ormai senza paura.
- Sono la Morte.- risponde la figura col mantello.
- Sei venuta a prendermi?-
- E' già da molto che ti cammino a fianco.-
- Me n'ero accorto.-
- Sei pronto?-
- Il mio spirito lo è, non il mio corpo.-
Il cavaliere s'è alzato in piedi a fronteggiare meglio il suo potente interlocutore. La Morte avanza e dispiega il mantello come se fossero ali.
- Dammi ancora del tempo.-
- Tutti lo vorrebbero. Ma non concedo tregua.-
- Tu giochi a scacchi, non è vero?-
- Come lo sai?-
- Lo so. L'ho visto nei quadri, lo dicono le leggende.-
- Sì, anche questo è vero, come è vero che non ho mai perduto un gioco.-
- Forse anche la Morte può commettere un errore.-
- Per quale ragione vuoi sfidarmi?-
- Te lo dirò se accetti.-
- Avanti allora...- lo invita la Morte.
I due siedono alla scacchiera e si studiano in silenzio.
- Perché voglio sapere fino a che punto saprò resisterti, e se dando scacco alla Morte avrò salva la vita.- riprende il cavaliere.
Ha preso in mano due pedoni e sorteggia le parti.
- Ti tocca il nero.- dice il cavaliere.
- Si addice alla morte, non credi?-
Ora i pezzi sono sistemati nella posizione d'inizio.
II
Il cavaliere ha ormai raccattato le sue cose e si avvicina al cavallo per sistemare le bisacce.
Sveglia con un calcio lo scudiero, che gli risponde con una smorfia da clown. Non c'è disprezzo o cattiveria in quel calcio, non c'è disprezzo o cattiveria in quella smorfia. Sembra piuttosto il collaudato rituale fra due uomini affratellati da mesi di dure sofferenze della carne e dello spirito.
Lo scudiero si tira su e rinfodera il pugnale.
La notte è passata e nessuno ha approfittato del buio contro di loro.
Il cavaliere monta a cavallo, e lentamente s'avvia.
Lo scudiero arranca dietro di lui a piedi conducendo il proprio animale per la capezza.
Avanzano piano lungo la spiaggia scabra come pelle di drago, poi risalgono la scogliera.
Ora lo scudiero è dietro, anche lui a cavallo, e canta.
E' stanco il cavaliere, è stanco lo scudiero,
ma il cavaliere è fiero e ammetterlo non può.
Ei sogna di pranzare, di bere e poi dormire
però non lo vuol dire, o forse non lo può.
Sembra un giullare che cerchi di provocare il padrone. Ma il cavaliere tace.
Procedono al passo, senza sprechi di energie, attraverso la desolata brughiera deserta, sempre costeggiando il mare.
- A Färjestad non facevano che parlare di orribili portenti...- continua lo scudiero- ...due cavalli si son divorati l'un l'altro, e nella notte le tombe si sono aperte. Le ossa dei sepolti sono state sparse ovunque. Al tramonto si son visti quattro soli nel cielo...-
La mattina sta volgendo al termine e la stanchezza comincia a farsi sentire.
I due si fermano e lo scudiero smonta per chiedere informazioni a un uomo che è immobile per terra vicino al suo cane.
- Scusate, c'è una locanda qua attorno?-
L'uomo non risponde, neppure quando lo scudiero lo scuote.
Lo scudiero gli afferra la testa incappucciata e la gira verso di sé.
Il viso è un teschio incartapecorito e l'uomo è morto da molto tempo.
Lo scudiero risale a cavallo. Riprendono il viaggio fianco a fianco, mentre il signore lo interroga.
- Hai saputo qualcosa?-
- Molto poco.-
- Che ti ha detto?-
- Non ha parlato.-
- Era muto?-
- No, signore, non esattamente. Anzi direi che a modo suo era estremamente eloquente.-
- Davvero?-
- Ah certo, senz'altro. Ma di un'eloquenza piuttosto funebre, mi sono spiegato?-
III
Poco lontano dalla strada è accampata una piccola compagnia di saltimbanchi. Il loro unico carro sgangherato è fermo sotto a un albero, e il cavallo pascola lì vicino trattenuto da una longhina. I due uomini e la donna, sul carro, dormono ancora.
Uno dei due uomini si sveglia. Colpa di una mosca che gli ronzava intorno, sfacciata e insistente come le mosche sanno esserlo. Peggio per lei, perché l'uomo l'ha schiacciata. Ora sbadiglia. Poi striscia carponi fuori dal carro, piano piano, per non svegliare nessuno.
E' un mimo, un attore, uno che vive sul palcoscenico, non c'è dubbio. Nessuno lo guarda, nessuno lo vede e nondimeno lui carica i gesti e le espressioni come se dovesse farsi capire dal più sprovveduto degli spettatori. E' un vizio che ha preso durante gli spettacoli, un vizio che poi gli si è appiccicato addosso anche nella vita.
Fra una capriola e una piroetta ha raggiunto la ghirba che penzola dall'albero. Si esibisce in un gargarismo e uno sputo, e, da ultimo, in una carezza affettuosa al cavallo.
- Buon giorno bello. Tu l'hai già fatta la colazione, eh? Il guaio è che io non riesco a mangiare l'erba. Perché non me lo insegni? Sarebbe molto comodo di questi tempi, visto che la gente qui non ama troppo l'arte.-
Fa saltare goffamente due palle di stoffa colorata. Gli servirebbero ancora molte ore di duro esercizio. Ma forse no, quel che poteva imparare l'ha già imparato.
Ecco. Sta succedendo qualcosa.
L'attore lentamente si gira, l'espressione dell'estasi dipinta sul viso.
Ode una musica celestiale che gli altri non odono.
Vede quel che gli altri non vedono.
La Vergine col Bambino sta attraversando la radura.
Si frega gli occhi, incredulo. La visione è scomparsa. Corre nel carro, con l'animo traboccante di gioia.
- Mia, svegliati, svegliati presto! Devo dirti quello che ho visto! Svegliati!-
- Che c'è? Cos'è accaduto?-
- Sta a sentire. Ho avuto una visione! E poi non era una visione, era proprio come una cosa vera, te l'assicuro.-
- Ti prego, non ricominciare...-
- Comunque io l'ho vista.-
- Chi? Chi hai visto?-
- La Santa Vergine Maria.-
- Dici davvero?-
- Era così vicina che avrei potuto toccarla. Aveva sul capo una corona d'oro e una veste azzurra trapunta di fiori. Sai, camminava sull'erba a piedi nudi e con le sue piccole mani bianche sorreggeva dolcemente il Bambino a cui insegnava a camminare. Si accorse che l'avevo vista... e allora mi sorrise. Le lacrime mi annebbiarono gli occhi e quando ci rividi chiaramente era scomparsa. E un grande silenzio era tutt'intorno, immenso, su nel cielo e in terra. Un grande silenzio.-
Mia lo accarezza come si accarezza un bambino col quale si debba avere molta pazienza.
- Ma guarda le cose che sai inventare...-
- Lo sapevo che non mi avresti creduto. Eppure è la verità che ti ho detto. Ma non la verità che dico tutti i giorni, un'altra verità, capisci, più vera...-
- La stessa di quando mi raccontasti che il Diavolo, usando la coda come pennello aveva dipinto di rosso le ruote del nostro carro...-
- Oh, tu non fai che tirare fuori questa storia...-
- ... e poi scoprimmo che t'era rimasto del colore sotto le unghie?-
- Beh, è stata l'unica volta che ho inventato qualcosa. Lo feci perché speravo che avreste creduto anche a tutto il resto, alle cose vere che sognavo.-
- Tu devi andarci cauto con queste storie o la gente finirà per dire che sei pazzo, e non è vero. Almeno per il momento. Anche se in queste cose non si può mai essere sicuri.-
- Ma insomma, cosa ci posso fare? Non è colpa mia se delle voci mi parlano, se mi appare la Santa Vergine, e se gli angeli e i diavoli ci tengono tanto alla mia compagnia.-
L'altro uomo si tira su infastidito.
- Oooh... mio dio... si può sapere quante volte devo dirvelo che alla mattina voglio dormire in santa pace! Vi ho pregato, vi ho scongiurato in ginocchio ma niente da fare. Uff..-
Si ode il pianto di un bimbo. Già, nel carro c'è anche un bimbo e le lamentele del secondo uomo ora l'hanno svegliato.
Mia lo prende dalla sua culla improvvisata, una specie di piccola amaca che penzola nel carro, e lo porta fuori sull'erba, accanto al padre. L'attore gioca col figlioletto per rimetterlo di buon umore, goffo come lo sono gli uomini coi figli troppo piccoli.
- Mikael, Mikael... du-du-dudu-dudu-duuuuh...-
- Voglio che Mikael abbia una vita migliore della nostra.- dice la mamma e pensa che nessuno al mondo potrà opporsi alla sua decisione.
- Mikael diventerà un grande acrobata.- rincalza il padre - oppure un giocoliere famoso per un suo straordinario incredibile esercizio.-
- E cioè quale esercizio?-
- Quello di far restare ferma nell'aria una clava.-
- Ma è impossibile.-
- Sì, per noi è impossibile. Ma non lo sarà per lui.-
L'attore è seduto ai piedi del vecchio albero e guarda il cielo.
- Ah... è tiepida l'aria stamattina.- sospira la giovane moglie e si stringe a lui , gli occhi chiusi, l'animo colmo di fiducia per il suo uomo. Assapora questo momento di gioia, voluttuosamente. Si rende conto che è felice.
- Ho fatto una canzone.- la informa con entusiasmo il marito - L'ho composta stanotte, proprio quando la luna stava tramontando. Vuoi che te la canti?-
- Certamente, sono molto ansiosa di sentirla.-
L'uomo comincia a cantare. E' difficile stabilire se sia meglio come cantante o come giocoliere.
C'è un usignolo sul ramo di acacia
che canta all'estate.
C'è un usignolo su un raggio di luna
che canta al mio unico amore.-
- Mia!... stai dormendo?-
- E' una canzone molto bella.-
- Ma non è mica finita.-
- Sì ho capito, ma vorrei dormire ancora un po'... il resto me lo canti dopo.-
- Dormire... non fai che dormire.-
Dal carro esce l'altro uomo. Ha il viso coperto da una maschera che ricorda un teschio.
- Ti pare una maschera per un attore questa?... domando io... Non fosse che i preti pagano bene ci rinuncerei proprio.-
Nella maschera la voce rimbomba suggestivamente.
- Farai tu la Morte?- chiede il primo attore.
- E pensare che la gente trema di paura quando ci vede con queste stupide cose addosso.-
- Quando reciteremo di nuovo?-
- Alla sagra di Tutti i Santi a Elsinore. Reciteremo sulla scalinata della chiesa, un posto magnifico.-
L'attore con la maschera se l'è tolta e la sua voce risuona ora semplicemente umana, senza il rinforzo della cartapesta.
- Ma non sarebbe meglio recitare qualcosa di più allegro? La gente si diverte di più e ci divertiamo anche noi.- ribatte con semplicità il primo attore.
- Quanto sei stupido. Non lo sai che è scoppiata un'orrenda pestilenza e che i preti s'avvantaggiano delle morti improvvise e dei pentimenti dell'ultim'ora?-
- E io allora che parte farò?-
- Tu sei un gran babbeo e quindi farai la parte dell'Anima.-
- Una parte di cattivo, immagino...-
- E con questo che vuoi dire, chi è il capocomico? domando io...-
Il capocomico si rimette la maschera e con voce impostata prova qualche battuta.
- Rammenta o sciagurato l'eterna Legge. La Vita non è che un dono futile e passeggero che io posso toglierti quando voglio.-
Si leva la maschera, con gesto rapido. Un pensiero improvviso l'ha folgorato, impedendogli di continuare.
- Ma come posso piacere alle donne in questo stato? domando io...-
Piuttosto contrariato, appende la maschera a un chiodo e rientra nel carro.
Mia e il marito restano fuori, lui riprende ad esercitarsi con le palle di stoffa.
- Jof ...-
- Sì... che c'è?-
- Non girarti, non dire niente...-
- Sono muto come una tomba.-
- Ti amo tanto.-
IV
Il cavaliere e lo scudiero giungono a un piccolo santuario sul limitare di una boscaglia. Una campanella rintocca lamentosa spandendo intorno echi di rassegnata sofferenza.
Lo scudiero è entrato in una cappella laterale. Nella luce incerta e tremula delle candele, un uomo sta affrescando le pareti e la volta.
- Che cosa dipingi?-
- La danza della Morte.-
- E quella è la Morte?-
- Sì, che prima o dopo danza con tutti.-
- Che argomento triste hai scelto.-
- Voglio ricordare alla gente che tutti quanti dobbiamo morire.-
- Non servirà a rallegrarla.-
- E chi ha detto che ho intenzione di rallegrare la gente? Che guardino e piangano.-
- Bah... invece di guardare chiuderanno gli occhi.-
- E io ti dico che li apriranno. Un teschio spesso interessa molto di più di una donna nuda.-
- Se li spaventi però...-
- ...li fai pensare.-
- E se pensano...-
- ... si spaventano ancora di più.-
- E corrono a buttarsi in braccio ai preti.-
- Oh, questo non mi riguarda.-
Nella luce ballerina delle candele le figure sulle pareti si animano e sembrano vive. Lo scudiero guarda incantato gli affreschi. Il pittore ha attinto a piene mani all'immaginario dei suoi contemporanei e ora lo ripropone nello splendore dei carmini e dei turchesi, tutta la gamma delle terre e delle ocre, nonché i neri assoluti.
- Tu non pensi che al tuo lavoro, eh?- riprende lo scudiero ammirato.
- Faccio vedere come stanno le cose, e poi che ognuno decida.-
- Molti però ti copriranno di maledizioni.-
- Sicuro, e se saranno in troppi io passerò a un argomento divertente. Devo pur vivere... fino a che non mi uccide la Peste...-
- La Peste... non è piacevole, eh?-
- Ecco, guarda lì... il collo si gonfia che sembra scoppiare, il corpo si contrae, le gambe e le braccia dallo spasimo si torcono come corde sulla fiamma.-
- Eh... brutt'affare...-
- Puoi dirlo. Il male ti dilania e tu ti mordi le mani e ti laceri le vene con le unghie. E urli e urli sino a che ti rimane un po' di fiato in gola. Ma nessuno più ti aiuta. T'ha messo paura?-
- Paura a me? Vuol dire che non mi conosci. E là in alto cos'hai dipinto?-
S'avvicinano a un recesso nel muro dove figure umane si lacerano le carni e si straziano a vicenda in un cerchio allucinato. Il realismo della scena è tale che se ne odono i lamenti.
- Molti ormai sono convinti che la pestilenza è una punizione del Cielo. E così turbe di peccatori terrorizzati si trascinano digiuni per le strade flagellando se stessi e gli altri per la gloria del Signore.-
- E si flagellano veramente?-
- Certo. Ed è uno spettacolo orribile. Uno spettacolo che ti fa venir voglia di nascondere il volto in terra per evitare di vederlo.-
- Non hai dell'acquavite? - la voce dello scudiero tradisce una vena di apprensione, o forse solo vago disagio - ho bevuto acqua tutto il giorno e penso che qualcosa di più robusto mi farebbe bene.-
- Lo vedi che t'ho messo paura?-
V
Nel santuario il crociato è in ginocchio ai piedi del crocifisso, un grosso Cristo in legno il cui viso è la maschera del dolore. Ai lati, due feritoie lasciano entrare sottili lame luminose, il cui riflesso si diffonde per la navata.
I rintocchi della campanella cadono nel silenzio come lacrime in uno stagno morto.
Ora il crociato è in piedi. Lungo una parete laterale, al di là di una pesante grata di ferro, si intravede la figura incappucciata di un religioso. Il crociato lo ha scorto, gli si avvicina.
- Vorrei confessarmi ma non ne sono capace, perché il mio cuore è vuoto. Ed è vuoto come uno specchio che sono costretto a fissare. Mi ci vedo riflesso e trovo soltanto disgusto e paura. Vi leggo indifferenza verso il prossimo, verso tutti i miei irriconoscibili simili. Vi scorgo immagini di incubo, nate dai miei sogni e dalle mie fantasie.-
- Non credi che sarebbe meglio morire?-
- E' vero.-
- Perché non smetti di lottare?-
- E' l'ignoto che mi atterrisce.-
- Il terrore è figlio del buio.-
- Che sia impossibile sapere?-
L'ombra della grata che si staglia netta sul muro evoca l'immagine di una prigione. Il cavaliere è chiuso nella prigione. Dall'altra parte, il religioso. No, non è un religioso. Ora lo si vede in viso. Dall'altra parte della grata, fuori della prigione, c'è la Morte.
Gli occhi del crociato cercano quelli del Cristo in legno, immutabilmente fissi.
- Ma perché... perché non è possibile cogliere Dio coi propri sensi? Per quale ragione si nasconde fra mille e mille promesse e preghiere sussurrate, incomprensibili miracoli. Perché io dovrei avere fede nella fede degli altri? Che cosa sarà di coloro i quali non sono capaci né vogliono avere fede? Perché non posso uccidere Dio in me stesso? Perché continua a vivere in me, sia pure in modo vergognoso e umiliante, anche se io lo maledico, e voglio strapparlo dal mio cuore? E perché nonostante tutto Egli continua ad essere uno struggente richiamo di cui non riesco a liberarmi? Mi ascolti?-
- Certo.- risponde la Morte. Il cavaliere non l'ha ancora riconosciuta.
- Io vorrei sapere, senza fede, senza ipotesi, voglio la certezza. Voglio che Iddio mi tenda la mano e scopra il suo volto nascosto, e voglio che mi parli.-
- Il suo silenzio non ti parla?-
- Lo chiamo e lo invoco e se Egli non risponde io penso che non esiste.-
- Forse è così, forse non esiste.-
- Ma allora la vita non è che un vuoto senza fine. Nessuno può vivere sapendo di dover morire un giorno come cadendo nel nulla, senza speranza.-
- Molta gente non pensa né alla Morte né alla vanità delle cose.-
- Ma verrà il giorno in cui si troveranno all'estremo limite della vita.-
- Sì, sull'orlo dell'abisso.-
- Lo so. Lo so ciò che dovrebbero fare. Dovrebbero intagliare nella loro paura un'immagine alla quale dare poi il nome di Dio.-
- Sei molto agitato.-
- Stamane è venuta da me la Morte. Abbiamo iniziato una partita a scacchi. Col tempo che guadagnerò sistemerò una faccenda che mi sta a cuore.-
- E di che si tratta?-
- Ho passato la vita a far la guerra, a andare a caccia, ad agitarmi, a parlare senza senno, senza ragione... un vuoto. E lo dico senza amarezza e senza vergognarmene. Perché lo so che la vita della maggior parte della gente è tale. Ma ora voglio utilizzare il respiro che mi sarà concesso per un'azione utile.-
- Per questo hai sfidato a scacchi la morte?-
- Sì. Conosce il gioco molto bene, ma fino a questo momento io non ho perso una pedina.-
- E credi davvero che alla fine riuscirai a batterla?-
- Adopero una tattica che evidentemente essa ignora. Al nostro prossimo incontro porterò un attacco sul fianco.-
- Lo terrò presente.-
La Morte lascia che il cavaliere la veda in viso e la riconosca. La mano del crociato stringe con rabbia il ferro della grata.
- Ti stai beffando di me... ma non mi fai paura! Ne sono certo, troverò il modo di batterti.-
- Ci rivedremo alla locanda e lì continueremo la partita.-
La Morte se ne è andata. Il cavaliere ha fiducia nella propria forza.
- Questa è la mia mano. Posso muoverla e in essa pulsa il mio sangue. Il sole compie ancora il suo alto arco nel cielo e io... io, Antonius Block, gioco a scacchi con la Morte.-
VI