SatirArte

La Satira dell'Arte

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L'unica cosa che non va, nella razza umana, è la maledetta razza umana. Mark Twain

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venerdì, 27 aprile 2007

In ricordo di Rostropovich


Ciao Mstislav...
Caricato da Vanhacker
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Allora Almitra parlò dicendo:
Ora vorremmo chiederti della Morte.

E lui disse:
Voi vorreste conoscere il segreto della morte.
Ma come potrete scoprirlo se non cercandolo nel cuore della vita?
Il gufo, i cui occhi notturni sono ciechi al giorno, non può svelare il mistero della luce.
Se davvero volete conoscere lo spirito della morte, spalancate il vostro cuore al corpo della vita.
Poiché la vita e la morte sono una cosa sola, come una sola cosa sono il fiume e il mare.

Nella profondità dei vostri desideri e speranze, sta la vostra muta conoscenza di ciò che è oltre la vita;
E come i semi sognano sotto la neve, il vostro cuore sogna la primavera.
Confidate nei sogni, poiché in essi si cela la porta dell'eternità.
La vostra paura della morte non è che il tremito del pastore davanti al re che posa la mano su di lui in segno di onore.
In questo suo fremere, il pastore non è forse pieno di gioia poiché porterà l'impronta regale?
E tuttavia non è forse maggiormente assillato dal suo tremito?

Che cos'è morire, se non stare nudi nel vento e disciogliersi al sole?
E che cos'è emettere l'estremo respiro se non liberarlo dal suo incessante fluire, così che possa risorgere e spaziare libero alla ricerca di Dio?
Solo se berrete al fiume del silenzio, potrete davvero cantare.
E quando avrete raggiunto la vetta del monte, allora incomincerete a salire.
E quando la terra esigerà il vostro corpo, allora danzerete realmente.
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                                                                           Kahlil Gibran
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postato da: Vanhacker alle ore 14:18 | link | commenti (1)
categorie: grandi artisti, au clair de lune
mercoledì, 25 aprile 2007

Aprile, 25


Bellaciao
Caricato da Vanhacker
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E come potevamo noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull'erba dura di ghiaccio, al lamento

d'agnello dei fanciulli, all'urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.

 

Salvatore Quasimodo

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postato da: Vanhacker alle ore 06:48 | link | commenti
categorie: viva l italia
martedì, 24 aprile 2007

Come complicarsi la vita 1

 Nasce finalmente l'auspicato

Papocchio Democristiano!

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.Riceverete, direttamente e comodamente a casa vostra, in pacco anonimo e senza spese aggiuntive, la favolosa

Tessera  in  Technicolor!

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De neapolitani illaquetor
Caricato da Vanhacker
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http://media.putfile.com/affabulazione
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postato da: Vanhacker alle ore 18:02 | link | commenti (2)
categorie: complicazioni, coglioni, sepolcri, viva l italia
domenica, 22 aprile 2007

Fottere è meglio che comandare.

 

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Che bella faccia...!
Caricato da Vanhacker
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«Ha l’attività mentale e sessuale di un cinquantenne»
«Silvio tecnicamente è quasi immortale: con il mio elisir ha 12 anni di meno»
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Scapagnini, il sindaco-medico: solo sulla Via della Seta ho trovato gli ingredienti, olio, yogurt e tanti minerali
 «Non si illudano: ci seppellirà tutti. La sua vera età è di 55 anni. Berlusconi è tecnicamente quasi immortale».
Il professor Umberto Scapagnini medico e sindaco è l'uomo che tiene le chiavi del dopoCavaliere. Il custode dell'elisir: «Provitamine, antiossidanti, immunostimolanti, enzimi, amminoacidi, e soprattutto minerali, magnesio e selenio attivato. Gli stessi che assorbono i centenari che ho incontrato sulla via della Seta, a Sud di Urumqi e nelle oasi tra il deserto del Taklamakhan e il Gobi. Poi un olio particolare, un certo yogurt», e quasi nessuno dei segreti che hanno alimentato suggestioni da alchimia medievale, criniera di unicorno, lacrime di vergine, rugiada delle notti di plenilunio.
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postato da: Vanhacker alle ore 00:05 | link | commenti (6)
categorie: berlusconi, comandare, fottere, concime organico
venerdì, 20 aprile 2007

Orpheus: dies I

La bellezza è verità,
la verità è bellezza:
questo è tutto ciò che voi sapete in terra
e tutto ciò che vi occorre sapere.

John Keats
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Orpheus
Caricato da Vanhacker
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V:
 
Ho la bocca impastata.
 
In testa scintille bagnate che cercano di formare dei pensieri .
Mi sfioro i polsi costretti in una posizione innaturale con le labbra screpolate.
Ho sete…” Dammi da bere ...”
Tocchi la mia bocca con le dita asciutte e ruvide che sfiorano la mia lingua. La tua mano è grande, mi copre mezza parte del viso.
Fai scivolare l’acqua sulle dita e dentro la mia bocca. L’acqua sa di amaro, ha un sapore di polvere, ma rinfresca la mia gola graffiata .
 
Non vedo nulla.
 
Ho una benda? Che cos’ho sugli occhi…le mani non mi rispondono, muovo le dita, ma non riesco a muovere le braccia…con i polpastrelli tocco la mia gamba nuda...sento la pelle della coscia nuda che rabbrividisce sotto il mio tocco incerto…ho freddo... tocco qualche brandello di stoffa leggera addosso, tra le cosce, sul seno, per il resto sono completamente nuda.
Il palmo della tua mano mi appiattisce le labbra.
Provo uno strano terrore…come chi cammina dentro un incubo e non sappia se l’incubo è vita o sogno. La tua mano appiccicata alla mia bocca mi ferma il cuore.
Forse, non sei tu. Forse, mi sto sbagliando.
 
Ansimo.
 
Tremo violentemente in tutto il corpo. Non posso farci nulla.
La tua mano mi fa perdere il controllo.
Infili le tue dita ancora in bocca, facendoti massaggiare dalla mia lingua. Mi bagni le labbra con la mia saliva e con il polpastrello segni il contorno del labbro superiore, più e più volte, lentamente, seguendo il ritmo di una goccia d’acqua che sento sbattere lontano.
Ho i sensi all’erta. Un senso di pericolo che mi romba nelle orecchie con il sangue che però sembra rallentare ovattato, torpido. Ti percepisco attento ad ogni mia reazione, mentre con estrema lentezza continui ad accarezzarmi le labbra con una delicatezza snervante.
Mi sento come un gatto nelle tue mani, un gatto che continui ad accarezzare, ma potresti buttar giù d’improvviso con un solo gesto annoiato.
Ti dedico tutti i miei sensi, la mia attenzione è concentratissima nei due poli opposti…ciò che sento io e ciò che percepisco di te.
Il tuo odore mi circonda.
Un buon odore di sudore di chi è sotto tensione, ma quella mattina si è sbarbato con cura.
Sì...sento ancora una scia amara mista alle gocce di sudore che ti bagnano. Tocchi la mia mano imprigionata, che io non posso muovere. Ancora quella lentezza sulla pelle indifesa che reagisce subito, e rimango stupita io stessa dalle improvvise contrazioni della mia pancia nuda.
Ti sento come un’ansia che mi cresce nello stomaco e contrae il mio corpo, paura o eccitazione che si mischiano. 
Mi sento messa a nudo.
Non nel corpo, mi stai togliendo tutto.
Mi sento senza volontà straniera a me stessa in una terra nuova, persa in un vuoto siderale.
Ti avvicini ancora. Avvicini la bocca al mio orecchio. Sento il tuo respiro che sembra entrare dentro me, muovi le labbra….parole….parole che continui a pronunciare, il mio nome.
Non sei tu.
Non riconosco nulla.
Il mio stesso nome pronunciato da te mi getta nel panico.
Lo ripeti lo ripeti…lentamente…e ci sento tenerezza, e una minaccia che mi stordisce di paura.
 
 
 
A:
 
Sei bella.
 
Sei bella e confusa.
Sei bella, confusa e sporca.
 
Stai ferma! ..."Tò, bevi..."
Non c'è acqua qui, solo pozzanghere. Ma ne hai bisogno, prendi.
Le tue labbra sono due gommose, tenere morositas alla fragola, quelle della una bambina che amai, quando ero a casa, quando non ero uomo.
Sei avida, ti posso capire.
Il contatto umido ti risveglia. La tua lingua rotea, e mi sembra di sentire lo strano verso che fate voi donne di queste parti.
Un suono lugubre, ipnotico, che echeggia insieme al rumore querulo delle sirene seguito al sibilo metallico dei missili.
Ti senti? Ti ritrovi? Ci sei adesso?
Ti tocchi le gambe e tremi: sei praticamente nuda, davanti a me, qui e ora.
 
Sei bella.
Anche adesso.
Anche adesso che la tua dignità è calpestata, offesa, ferita, scossa, turbata, forse uccisa per sempre.
 
La luce ti ha accecata, il fuoco ti ha bruciata, il vento  ti ha spogliata... Non parlare...!
Risparmia il fiato. Risparmia le forze. Sei viva. Almeno per adesso.
C'è gente qui, tanta gente.
Gente che corre, urla, gente che dà imprecisati ordini nell'imprecisato intento di far qualcosa d'imprecisato, di ignoto, ma che si deve fare.
Corre la gente, corre e si muove, ma non fa niente alla fine. Partecipa allo psicodramma, come coro.
E ci hanno visto. Io sono quello che dovrebbe saper precisare quel qualcosa che tutti cercano di fare adesso, e mi attendono.
Ma io non mi muovo. Rimango qui, con te. Ti tengo la mano.
Io ti salvo, e ti condanno. Tutti hanno visto quel che non si deve vedere.
 
Tutti hanno spalancato le porte dell'inferno, per te.
 
Ma chi sei? Perchè mi sembra di conoscerti da sempre?
Il cuore mi batte all'impazzata. Quante ne ho viste come te? Eppure io ti conosco.
Conosco i tuoi seni di latte, conosco il tuo ventre generoso, conosco il tuo atrio, il tuo impluvium, il tuo peristilio.
Tu sei la mia casa?
E ti guardo, ma non come faccio sempre, come una triste routine, un occhieggiare da sbircio.
Ti osservo, ti studio, ti misuro.
Mi adatto.
Tu sei la sfinge coperta di sabbia del Sinai che si disvela a me, stupefatto, estasiato.
Sei la Gioconda bendata, che dona solo a me il suo sorriso e mi dice: ecco il mio segreto...è tuo.
Sei il sole di mezzanotte che ferma il tempo all'orizzonte, e rinasce vivo, e mi dà il fuoco dell'anima, più caldo,
alto e terribile di quello degli uomini.
E conosco il tuo nome:
 
V.
 
V, il cuneo che mi ha trafitto, il triangolo delle Bermuda in cui m' è dolce, annegare adesso.
Ti chiamo, piano. Ti chiamo, mi avvicino, ti chiamo.
Mi senti? Mi senti?
 
Sono io.

 
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Creative Commons License
postato da: satirArte alle ore 00:30 | link | commenti (1)
categorie: amore, alla ricerca di, dies i
lunedì, 16 aprile 2007

"Ciaccona" mia...

 

Estraneo alla bellezza - non è nessuno -
poiché la bellezza è l'infinità -
e la capacità di essere finiti cessò
prima che fosse attribuita l'identità.


Emily Dickinson, Poesie 1875-1879


Chaconne
Caricato da Vanhacker
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«Pensate!... Una suonata per violino solo... È tanto che ci penso...
La scriverei in venti tempi, molto brevi s’intende, ma cambierei tutta la terminologia.
Invece di adagio, allegretto, con brio ecc., inventerei dei nuovi nomi. Ecco per esempio, straziato... svenevole... con brutalità... Venti tempi brevissimi e con lunghissime pause interne, come quelle che fa l’usignolo».

                                                             Pier  Paolo Pasolini
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Per un tizio che ha passato la meglio gioventù nella provincia peggiore, davanti a uno specchio, con la sua chitarraccia scalcagnata, a scimmiottare Jimi Hendricks o ruttare alla Frank Zappa, modulare un improbabile falsetto alla Robert Plant, o a far razzia in cucina di caccavelle, cucchiare e commuogli, per calarsi dietro la propria otto tom immaginaria come Billy Cobham (gong incluso, grazie all' ottima usanza antica di preparare in casa la conserva di pomodoro in giganteschi bollitori) può apparire ben strano, a un certo punto della propria miseranda esistenza, dissertare di musica antica e strumenti pregiati,  meravigliosi oggetti implicati nelle più astruse e tecniche leggi dell'acustica.
In effetti è così.
A un certo punto della vita di un uomo, arriva il momento in cui ciascuno, un bel giorno, si ritrova a fare i conti con sè stesso, scoprendosi alla fine essere, con stupefatta presa di coscienza, l'esatto opposto di quel che si era prefissato di costruire del Sè in tanti inutili e materiali anni.
Avere una crisi mistica e cominciare a studiare con un certo profitto uno strumento ad arco a 35 anni è impresa piuttosto improba.
Mancheranno tutti gli adattamenti e quelle modificazioni  del corpo che soltanto in età prepubere possono aversi, creatrici della conformazione delle parti deputate alla produzione del suono che ben si perfezionerà alla fine dello sviluppo.
Però, se il figlio di Ry Cooder in Buena Vista Social Club non contava balle, spesso, in un dilettante, un amatore, riscontriamo quella sensibilità e quel "tocco" leggero che tanti, troppi orchestrali perdono (o non hanno mai acquistato) nell'esercizio della catena di montaggio.
Se uno strumento musicale rappresenta prolungamento, protesi, sublimazione del proprio Io bambino, ebbene il violino è l'amico fedele a cui cingere la spalla, il compagno che saprà trasmetterti gioia, farà vibrare le tue corde interne anche se metterai in movimento le sue, magari
a vuoto, e che col tempo imparerà magicamente ad imitare la TUA voce, a svilupparne i colori per te più reconditi e vicini.
In realtà il violino ha sempre rappresentato, per me  fanciullo, il sogno, il
mito, lo "strumento".
Tutto ciò, tuttavia, venne infranto e divenne oggetto di rimozione al mio primo incontro piuttosto ravvicinato con esso.
Fu ad un concerto (in un auditorium dei soliti preti) di Salvatore Accardo, negli anni sessanta. Egli era un già affermato solista a livello internazionale, vanto della  martoriatissima e pressochè sconosciuta fucina di talenti campani, in quel particolare periodo.
Una rarità, insomma.
Ebbene, egli aveva appena iniziato a deliziare, nel concerto che teneva da solista assoluto, lui e il suo
Stradivari che una Banca proprietaria (manovra che a tutt'oggi si pratica), gli aveva concesso in comodato d'uso, quand'ecco che una corda si  spezza.
Era il momento.
Il momento della conferma del mito.
L'attimo trascendentale, catartico, dell'effettiva conferma dell'esistenza di Dio, in un fanciullo che allora cresceva nella fosca ma nello stesso tempo aurea immagine, appresa a scuola, di Nicolò Paganini, anzichè in quelle di Maradona o Robbie Williams o Costantini vari.
Mi dissi: ecco qui. Mò ne spezza altre due e continua su una sola.
Sparì  per circa un'ora, invece, per ben "assestare" quella che dovette sostituire.
Il buon Salvatore non ha nessuna colpa, ma da quel momento non riuscìì
più ad ascoltare la musica: vedevo solo uno che emetteva dei "guardate come sono bravo"; "sentite come suono bene".

Spesso poi, in vecchiezza, ho rivissuto quella sensazione, assorbendo in tutte
le salse quel che quivi viene sottoposto al gentile e colto uditorio:
trattasi del 5° e ultimo movimento di una delle tre Partite che J.S. Bach ha
composto (insieme alle tre Sonate) per violino solo.

Archiviato il giusto risentimento verso l'Altissimo per averci tolto Mozart troppo giovane e G.B Pergolesi poco più che pubere, e ringraziatolo con la faccia per terra per averci fatto godere appieno del buon Giovanni Sebastiano, un giorno venni in possesso di un cd acquistato a buon prezzo, registrato da una giovane talentuosa moscovita, cresciuta a farsi il culo mentre le compagne giocavano in cortile a uno, due,
tre, stella! per poi finire a fare la fame magari insieme a un marito ubriacone e manesco: Viktoria Mullova
(
www.viktoriamullova.com)

Fulminato!
Fu la prima, ma definitiva volta che capìì tutto.

Questa Chaconne  (uso il termine originale poichè la traduzione, per un napoletano, suona irriverente assai) di Bach, catalogata dal signor Wolfgang Schmieder  nel 1950 come la numero 1004, è uno dei brani solistici più celebri e più eseguiti dai grandi violinisti di tutto il mondo per la complessità del contenuto espressivo e tecnico.
La chaconne è una danza di origine spagnola, diffusa in Europa nei secoli XVII e XVIII, in tempo ternario; fu introdotta nel Seicento nel balletto e nell'opera francesi, nell'opera veneziana e spesso nelle suite strumentali.

Nell'esecuzione della somma Viktoria ho sentito, finalmente, e per assurdo, l'intenso ma composto sconforto di un uomo che piange la propria donna che non c'è più, e la celebra.

Ma qui non si discute di donne immaginarie, tanto presenti nell'arte, nè di una  qualsiasi troia menzognera, anaffettiva e cieca, che si concede ad altro vezzo: quivi ne si celebra l'effettiva dipartita terrena, e nel contempo si rappresenta il magico superamento della morte da parte della vita che ritorna.

La musica della Ciaccona, come d'altronde tutta la musica di Bach, così indiscreta nel toccare le corde più intime dell'anima, sottostà a un ordine dove, riprendendo Artaud, "la coscienza normale non giunge", ma che Bach ci permette di cogliere in un'avventura soprattutto spirituale oltre che artistica.

Nelle successive ricerche da me effettuate, ho avuto poi la conferma di questa mia sensazione: infatti vale la pena ricordare che una docente di violino tetesca ti Cermania
, tale Helga Thoene ( http://www.helga-thoene.de/ )
afferma che quest’opera è un vero e proprio omaggio funebre di Bach alla moglie Maria Barbara prematuramente ed improvvisamente deceduta poco prima della stesura della Tre Sonate e Tre Partite.
Pare che nella Ciaccona, Bach abbia inserito diverse melodie di corali funebri, non udibili, ma riconoscibili studiando il testo musicale. Christoph Poppen e The Hilliard Ensemble hanno evidenziato questi corali in un’opera intitolata "Morimur, Partita in re minore BWV 1004 e Corali" ( http://snipurl.com/1gptd ).
L'ineffabile Helga spinge la sua tesi fino a definire la celebre Ciaccona della
Partita in Re minore come un vero "epitaffio musicale". A suo dire tutta la partitura è piena
di rimandi cifrati all’Antico e al Nuovo Testamento, alla Trinità, a corali legati alla Pasqua e alla speranza nella resurrezione e nella vita eterna.
Ma come trova questi riferimenti la professoressa?
Ecco un esempio: "…nelle prime quattro misure della Ciaccona: 37 suoni contengono il cantus firmus dissimulato e rinviano al monogramma di Cristo, XP, lettere il cui valore numerico totalizza 37 (X = 22 e P = 15, secondo l’ordine alfabetico latino) …"
Cito dottamente:
Non vogliamo certo confutare i risultati di questi studi, non ne abbiamo le intenzioni e soprattutto la voglia, ma i conti della professoressa Thoene somigliano molto a quelli che certi sedicenti archeologi eseguono sulle dimensioni delle piramidi egizie per scoprire che la somma dei lati, più il cubo dell’altezza, moltiplicato per il valore della velocità della luce, sommato alla lunghezza della sfinge senza la coda è esattamente la decima parte della distanza che separa la Terra da Orione.

A noi non interessa la matematica, a noi interessa il cuore.

Il basso che caratterizza la ciaccona, però,  soggiace a una regola ferrea: si muove dalla tonica alla dominante, con moto ascendente o discendente, cromatico o diatonico.
A volte può ben anche essere sottinteso, dato che l'armonia realizzata dalle voci superiori ne fa comunque percepire la presenza.

Chi si avventurerà nell'ascolto con la giusta predisposizione, leggerà tutto il languore, la passione, il gioco, la visione dell'Amore ben vivo; l'insopportabile peso dell'assenza mitigato da una fervidissima Fede, che dona generosa la forza  d'andare avanti, attingendo diligentemente al catalogo dei ricordi, che adiuva ad esprimere verso l'alto tutte le cose non dette, nella speranzosa fiducia
, tenuto a distanza lo spettro della pazzia per il caro amor perduto, del poterle porgere un giorno in maniera diretta, quasi carnale.
Alla fine,  mi auguro che leggiate anche voi distintamente, com'è a me accaduto, nell'ultima ripresa del tema iniziale, la frase: "Non ti dimenticherò mai più" nel drammatico, struggente RE del finale.

Buon ascolto.
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Guarneri del Gesù, "Il Cazzone".
Bartholomeus Joseph Guarnerius Cremonensis fecit
AD CIdate di stampa dei libri antichi, old books.Idate di stampa dei libri antichi, old books.CC.XLIII

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Creative Commons License
postato da: Vanhacker alle ore 18:26 | link | commenti (2)
categorie: grandi opere, grandi artisti
giovedì, 12 aprile 2007

In Morte dell'Amore.

 


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Il tramonto d'una scura giornata di novembre, col cielo coperto di tediose
caligini fra le quali l'ultima luce filtrava livida e triste; l'agonia del
giorno e dell'anno, un senso di freddo in tutte le cose, nella campagna
silenziosa e deserta, negli alberi dai rami sfrondati, nel mare d'un grigio
metallico flagellato dal vento, nel cuore degli uomini che avevano visto
cadere ad una ad una tutte le loro illusioni.

- Pensate voi - diceva Ludwig - alle primavere future? Quante anime nuove
esulteranno! Quante speranze fioriranno nelle vergini fantasie? Quante mai vite si schiuderanno ai sorrisi del sole!

- Il nostro egoismo si ribella a questo pensiero - soggiungeva Franz.- Poiché
noi ce ne andiamo, vorremmo che l'universo s'inabissasse con noi, che nessun altro potesse più dissetarsi alla coppa distolta per sempre dalle nostre labbra avide ancora.

- Ma - ribatteva Fritz - anche gli altri morranno! Anche gli altri vedranno  mancare il dolce liquore prima di averlo assaporato. Perché li invidiate?
Dovreste compiangerli! No, i ventùri non sono da invidiare; degni d'invidia son quelli che furono o che non sono mai stati.-

Quando Fritz tacque, il silenzio ripiombò tutt'intorno; udivasi solamente il gemito lugubre del vento e il leggiero tremolìo d'un vetro mal commesso nell'intelaiatura della finestra.

Gli sguardi dei tre uomini avevano espressioni diverse. Ludwig guardava il mare grigio con i suoi grigi occhi profondi, e sembrava cercare qualcosa di là dalla linea in cui l'acqua e le nubi si confondevano; Franz, con una mano fra i capelli, mirava come affascinato un punto del pavimento ai suoi piedi, e Fritz batteva rapidamente le palpebre, girando il capo, quasi per sottrarsi ad una molesta visione.

- I morti amori! -

 
Franz, nel silenzio incombente, aveva pronunziato quelle parole; ma, poi che una medesima idea occupava lo spirito degli altri amici, essi si riscossero, ripetendo a fior di labbra:
 
- I morti amori... -

Vi fu ancora silenzio; poi Ludwig, il curioso, domandò:
- Sapete voi dirmi in quanti modi può morire l'amore?.
- No, nessuno può dirlo - rispose Fritz - Possiamo dire questo soltanto: che l'amore muore in tanti modi quante sono le anime che lo nutriscono.
 
- Ma qual morte è più trista?

- Sono tutte tristi del pari -.

A quel giudizio, Franz sorse in piedi.

 
- Non dite così! Non dite così! Tristi egualmente? Egualmente strazianti? Vuol dire che voi non sapete! Allora, sentite: vi è una potenza terribile, misteriosa, fatale, che se piomba intorno a voi vi fa misurare d'un subito tutto l'abisso della vostra miseria; una potenza contro la quale non v'ha riparo che valga; una potenza che si rivela tutti i giorni, tutti i momenti, ma della quale voi non v'accorgete se non quando colpisce qualcosa di vostro.
Questa potenza è la Morte.
Sentite. Esiste nel mondo una creatura che è l'anima della vostra anima, per la quale voi dareste tutto il sangue vostro, lontano dalla quale voi non potete vivere neppure un istante. Questa creatura, bella, buona, soave, nel fiore degli anni, si è data a voi, per sempre; voi avete imparato, ogni giorno di più, ad apprezzarla, ad amarla. Tutte le vostre confidenze più intime, tutte le vostre parole più tenere, tutte le vostre carezze più blande sono per lei.
Voi non vedete se non coi suoi occhi, non respirate se non con le sue labbra, non vivete se non della sua vita.
A un tratto, la truce potenza si piega su lei.
Voi potete inginocchiarvi dinanzi agli uomini che, per ironia, si chiamano della scienza, scongiurarli piangendo di sottrarla alla potenza malvagia; voi potete giungere le mani, alzare lo sguardo al cielo, ricordarvi le preghiere apprese da fanciullo, dire a Dio: "Io credo in Voi, abbiate pietà di me", voi potete dire a lei stessa, con voce rotta, passandole una mano fra i capelli madidi di sudore, stringendo con l'altra la mano sua sempre più fredda: "Per pietà, non morire, non voglio che tu muoia, non mi lasciare, ho paura!", voi non riuscirete ad arrestare un minuto l'opera di distruzione.
E una notte tremenda voi vedrete il suo sguardo rovesciarsi, le sue labbra dischiudersi, irrigidirsi il suo corpo. Vorrete fuggire lo spettacolo orribile, e un'attrazione più forte della vostra volontà v'inchioderà lì dinanzi:
Morta!   Morta!   Morta!  
Allora esaurirete tutte le vostre lacrime e tutte le vostre imprecazioni.
Morta! Morta! Morta!  
E vi ripeterete quella parola fino a smarrirne il significato.
A un tratto, vi sovverrete di quel giorno che un giorno ella vi disse: "Se morrò prima di te, vestimi di bianco, coi capelli disciolti; non voglio che i becchini mi tocchino". Allora ella rabbrividiva da capo a piedi, a quest'idea; adesso non ha più un sol moto. Voi contemplate il suo viso dove una bellezza nuova, soprannaturale, divina, si va dipingendo; vorrete recidere una ciocca dei suoi capelli, e di repente vi ricorderete di quella che ella stessa recise, che vi
diede un giorno, il giorno delle beate promesse. Voi vi dite: "Ho ancora molte ore per contemplarla" e quelle ore passano, volano. Allora vi mettete a gridare, a soffocare le vostre grida. E se un amico pietoso tenta di confortarvi, voi odiate quell'uomo, odiate ogni vivente, aborrite la vita.
Ah, sono tutte tristi egualmente le morti dell'amore?
Ma voi non avete composto in una bara le forme adorate che teneste strette fra le vostre braccia; non avete sentito opprimervi il petto pensando all'oppressione che ella soffrirà sotterra; non avete visto cadere la terra sulla bara, coprirla, nasconderla.
Voi non avete provato cosa vuol dire sognare che ella è ancora accanto a voi, e risvegliarvi pensando alla vostra solitudine, alla vostra solitudine eterna!
E non avete provato tormento ineffabile, strazio senza parole, il lento svanire del fantasma,
dell'immagine, del ricordo, malgrado tutti i vostri sforzi per vivificarlo, per afferrarlo, per trattenerlo ancora... -

Egli tacque. Ludwig pareva non avere ascoltato, immerso sempre nella contemplazione del mare. Fritz, che aveva nervosamente arricciati i suoi baffi, replicò:
 
- Tu dunque credi che la più angosciosa morte dell'amore sia quella prodotta dalla morte della creatura amata? In verità, mi fai ridere... -

Alla luce sempre più scialba del fosco tramonto, il suo viso appariva pallidissimo; le sue labbra s'atteggiavano a un sorriso sarcastico.

 
- Tu accusi la morte! Non sai tu dunque di che cosa è capace la vita? Ti duole che una potenza fatale distrugga il sogno d'una gioia senza fine! Ma tu non pensi che, in ragione di questa stessa fatalità, il tuo spirito finisce per acquetarsi!
Sta dunque a sentire. V'è una creatura che t'ha detto: "Sono tua, per sempre".
Chi è che distrugge il senso di queste parole?
Ella stessa!
Ella t'ha detto che t'ama, e un bel giorno ti dice: "Non t'amo più!"
Bada ancora: al tempo dell'amore felice, ella ti ripeteva, malinconicamente:
"Sarai tu quello che mi lascerai!".
Tu allora protestavi, giuravi, non sapevi né potevi darle una prova del suo inganno.
Adesso, quando ella ti ha detto che non t'ama più, quando t'ha fatto comprendere che fra te e lei non v'è più nulla di comune, che cosa fai tu?
Sei preso da un impeto di sdegno, la colmi di rimproveri, la minacci?
No! Tu ti getti ai suoi piedi, le ricordi le sue parole, le dici: "Com'è possibile questo? Non può essere...io nol credo! È impossibile...non è vero!? È una prova alla quale tu vuoi mettermi, è una paura che vuoi farmi. Tu sei mia, tu m'hai detto che non potevi vivere senza di me.
Che cosa t'ho fatto? Quali colpe ho commesse...?".
Ella tace.
Tu ti batti la fronte e riprendi: "Sì, ho una colpa. Non t' ho provato ancora abbastanza quanto sia forte l'amor mio. Sai bene, la parola è importante, il pensiero non si esprime mai tutto. Ma guardami in fondo all'anima: non vedi come è tutta piena di te? Io sento in questo momento che non t'ho mai amata tanto".
Ella scuote il capo, ti oppone fredde ragioni, ti addebita colpe insignificanti di cui ella stessa non è immune. Tu non le rimproveri le sue; le prendi una mano, la scuoti, la guardi negli occhi, la chiami col dolce nome antico.
Ella s'irrigidisce, ti respinge, evita il tuo sguardo; allora una luce si fa nel tuo spirito: ella ama un altro.
E la terra ti manca sotto i piedi.
Quella creatura, quell'anima, quel corpo, sono d'un altro! È possibile? Glielo chiedi, con voce strozzata, gemendo ed urlando, ed ella protesta freddamente, risponde che sbagli, risponde che non ha conti da renderti. Risponde di lasciarla in pace, chè anch'essa soffre quanto, e probabilmente, essendo l'anima femminea d'indole più sensibile, più di te.
Il tuo orgoglio d'uomo è ferito; ti senti un grande sdegno ribollire nel cuore; non dici nulla.
Ti alzi, le stringi una mano, fai per andar via. Ma sei legato con tanti e così sottilissimi fili a quelle mura, a quella persona, che senti il tuo cuore lacerarsi.
Che ti dice ella? Ti dice: "Addio!"
All'uscir da quella casa, con la fronte in fiamme, un martello alle tempie, la gola  stretta, le labbra inaridite, ti metti quasi a correre, incapace di coordinare le tue idee, non riconoscendo nessuna delle persone che incontri per la via, occupato soltanto dell'oscuro pensiero che ormai la percorri per l'ultima volta.
E una parola ti risuona all'orecchio: quell'addio terribile, la parola che si pronunzia nelle agonie, nelle separazioni senza ritorno, nelle ore fatali della vita - la parola che fiacca il tuo sdegno, che seda i tuoi istinti di  ribellione, e che ti stringe il cuore, ti brucia gli occhi, ti toglie il respiro -.
Tu pensi: "Non la vedrò dunque mai più? Non sentirò il suo capo appoggiarsi al mio petto,
non stringerò più la sua mano, non bacerò più la sua fronte?"
Passano giorni vuoti, monotoni, eterni.
Tu ritrovi le sue lettere, i suoi ritratti; ed hai paura di toccarli, di mutarli di posto.
Diventi superstizioso. Ad ogni squillo di campanello, pensi: "È lei che mi scrive, che si pente, che mi chiama..."
Nulla! Nulla! Nulla...
Tutto è finito...tu non la vedrai più, mai più, mai più!
Allora, a queste parole che tu ripeti incessantemente, disperatamente, la tua ragione vacilla.
Perché mai più?
Che cosa può vietare che due esseri viventi si rivedano ancora?
Quali insuperabili barriere, quali distese di mare e di terre li posson dividere?
Quali catene impedire che tu ti slanci verso di lei?
E vuoi rivederla; a costo di tutto, bisogna che tu la riveda.
Davanti a lei, la tua passione scoppia selvaggiamente. Minaccioso e supplice, cominci per
dirle: "Ti ammazzerò!" e poi le mormori piano: "Io so ancora tante parole d'amore che non t'ho mai dette!" Ella si scuote, ti blandisce, ti prega di non farle male, ti scongiura di rassegnarti, di farti una ragione, di accordarle la pace.
Naturalmente, non si può sempre parlare, gridare, piangere, mordersi. E stanco, esausto, sfinito, vai via; questa volta, lo comprendi bene, per sempre. Solo, in silenzio, riprendi a piangere, la piangi come morta; ma ella non è morta per gli  altri; è morta per te.
Tu la scorgi, talvolta; e provi il bisogno pazzo di andare nuovamente a piangerle vicino,
di toccarla, di contemplarla. Se ella fosse morta, se la terra la ricoprisse, un pacificamento avverrebbe nel tuo spirito; tu non avresti quelle tentazioni, la tua piaga non si riaprirebbe tutti gl'istanti.
Tu non penseresti di tentare ancora una volta la resurrezione di quel passato il cui ricordo ti brucia come un carbone ardente - perché, rammentalo, l'idea dell'impossibile, dell'irreparabile ripugna in grado supremo all'anima nostra; perciò la speranza è l'ultima a morire -.
La morte ha questo di buono: uccide la speranza.
Invece, tu speri ancora, tu dici: "È forse impossibile che questo passato risorga?
No: basta ch'ella voglia".
Allora pensi a tutti i suoi momenti buoni, a tutte le prove di tenerezza ch' ella ti diede;
vorresti rammentargliele, vorresti gettarti nuovamente ai suoi piedi, fare appello alla sua pietà.
Tu pensi: "Se ella dice di sì, che tripudio scoppierà nell'anima mia! Questa benda di ferro che mi fascia la testa cadrà! Che aria vivificherà il mio petto oppresso!
E come impazzirò di gioia dopo essere stato sul punto d'impazzir di dolore!"
Ed ella ti risponde: "No".
...Accusa la morte, adesso!
Per la creatura morta, tu provi una infinita pietosa dolcezza, una soave malinconia rassegnata; per questa creatura viva il rancore, il livore si mescola alla tua passione
e la intorbida e la corrode e ti strugge. -

Tacque anch'egli, ansando un poco. Franz non aveva opposto nessuna ragione agli
argomenti di lui; Ludwig se n'era rimasto sempre a guardar l'orizzonte che adesso, nella sera già calante, non si distingueva più.
 
- Conosco - diss'egli finalmente, portandosi le mani alla fronte e passando le palme sulle sopracciglia - conosco una fine d'amore più triste ancora di tutte coteste -.

I due amici lo guardarono.

- La fine d'amore più triste, più tormentosa, più tragica, è un'altra. Non è la brutale che segue alla morte, o all'abbandono, al tradimento: è la fine lenta, lunga e quotidiana, l'esaurimento continuo prodotto dall'azione del tempo, dal fatale svanire d'ogni cosa umana.
Il giorno che voi avete confessato l'amor vostro, che ne avete ottenuto il ricambio, vi siete detto: "È per sempre! per sempre!".
Voi credete a questa parola! pensate che se qualcosa d'indipendente dal vostro volere non accadrà, l'amor vostro durerà eternamente. Ed è, dapprima, il tripudio più puro fra le proteste più pazze. Un sentimento di meraviglia occupa il vostro spirito: pensate alla creatura che vedeste un giorno da lontano, alla quale parlaste col rispetto più timido, per la quale sentiste nascere il desiderio più disperato - e questa creatura adesso è vostra, vi
appartiene tutta! -
Voi quasi nol credete; se la vedete, talvolta passar da lontano, il dubbio rinasce nel vostro spirito.
Nel cuor vostro, una gratitudine immensa, una devozione sconfinata raddoppia l'amore.
Tutti i giorni, voi le scrivete, le mandate qualcosa del vostro pensiero, del vostro cuore.
Un vezzo, un dono, un fiore, una poesia, una canzone d'amore...
Ella impara a memoria le vostre lettere, ve ne ripete dei passaggi, ve ne domanda delle altre. Voi ricominciate, ancora, sempre; ma, senza accorgervene, le antiche espressioni vi ritornano sotto la penna e, a poco a poco, finite col ripetervi.
Sono le parole che vi mancano? Che importa! Voi pensate che da tutti i vostri atti, da tutta la vostra vita, ella dev'essere assicurata della saldezza del vostro affetto.
Ella non pensa così; si lagna del vostro raffreddamento, fa consistere il bene in certe cose che per voi non hanno significato. Ugualmente vi lagnate voi di lei, al suo trasporto reso più fioco, ai sui "Nulla!" all'incalzar delle vostre domande su quel qualcosa che scorgete anche in lei affievolirsi.
State in guardia: voi cominciate a scorgere i difetti nell'idolo. Ella ne scorge in voi.
E, se chiudete gli occhi per non vederli, altri invece se ne rivelano. 
Allora voi vi fate una ragione; tutte le creature umane non hanno forse i loro?
Sapete che cosa vuol dire questo?
Vuol dire che dal periodo epico e leggendario, voi già passate al periodo critico.
Voi vi ammirate per la vostra penetrazione, per la vostra ragionevolezza.
Il vostro egoismo vi mantiene pertanto in una illusione; vi dimostra che voi, dal canto vostro, non avete difetti di sorta; ella non può, non deve trovarne in voi.
Un bel giorno, una sua parola, l'accento col quale ella la pronunzia, vi aprono gli occhi:
ella ha scoperto i vostri difetti secreti, le vostre debolezze intime, quel che c'è in voi di manchevole, di men bello, e se non l'ha scoperto lo ha inventato in cuor suo: per salvarsi la vita.
Allora il vostro amor proprio s'impunta.
E vi chiudete in un offeso riserbo, o vi vendicate dicendole apertamente i suoi torti.
Adesso ciascun di voi giudica l'altro, senza riguardi, per quel che vale.
Un istinto d'avversione si sveglia dentro di voi; ma i legami che vi stringono a quell'essere sono tanto forti che non si spezzano. E sapete a che cosa somiglia allora la vostra situazione?
Rassomiglia a quella di due forzati avvinti da una stessa catena, ciascuno dei quali è costretto a non fare un passo che l'altro non faccia.
Quando voi pensate all'illusione dei primi giorni, vi chiedete:
"Come mai s'è dissipata?"
E non sapete rispondere; il disinganno s'è venuto operando lentamente, inavvertitamente.
Presto s'accresce ancora, presto voi vi domandate un'altra cosa, la cosa opposta:
"Come ho fatto ad illudermi?" Tanto profondo è l'abisso scavatosi?!
Tutto questo vi fa paura, perché quel complesso di moti diversi ed opposti che si chiama l'amore è ancora in voi.
Ecco: voi chiudete gli occhi, abolite la percezione del mondo circostante, guardate in fondo alla vostra memoria.
Il ricordo dei giorni sereni vi brilla: perché non potreste riafferrarli?
La donna che voi amate non è morta, non v'ha abbandonato, è sempre vicina a voi; ma sapete che avviene? Ella non è più la stessa che conosceste un giorno. Voi non siete più lo stesso che lei conobbe quell'istesso dì. L'assiduità con la quale l'avete contemplata, esaminata, studiata, ha finito per alterare le linee del suo viso, della sua persona; per farvi scoprire in lei degli aspetti, delle attitudini, delle espressioni, che prima non avevate visti. Voi vi sforzate di ritrovarla come al tempo in cui nacque l'amore; per questo, la rimettete nella stessa luce in cui prima v'apparve, ed esumate tutti i vostri ricordi, e vi riportate continuamente col pensiero al passato. Ogni sforzo è inutile: no, non è più lei. Le sue carezze d'ora non sanno più come le prime, le sue parole d'ora non hanno il suono delle antiche. Voi comprendete che uno stesso fenomeno accade in lei, ma nessuno di voi ha il coraggio di dirlo.
Ella vi domanda di ripeterle le parole innamorate che le prodigaste; voi le ripetete, e un'ironia amara vi torce le labbra. Lontano da lei, vi proponete di dirle tutto, sinceramente, di non rappresentare più oltre una commedia; trovate le parole, cominciate una lettera, ma non avete la forza di compiere il vostro proposito. Se qualche momento di tenerezza ritorna, dovreste esultare, non è vero?
Invece, il vostro scontento s'accresce; vi accusate di fiacchezza, di imbecillità; avreste voglia di percuotervi, d' insultarvi. -

L'ultima luce agonizzava, un chiarore verdastro si diffondeva sotto le nuvole pesanti, illividiva i volti dei tre uomini al cui sguardo la desolata campagna e il mare flagellato formavano come un paesaggio appartenente a un altro mondo, più vuoto, più freddo, più lugubre.

- Chi non ha conosciuto questo - riprendeva Ludwig - non sa nulla delle agonie sentimentali, della vanità degli affidamenti, dei giuramenti umani.
"Per sempre..!"
Non è una potenza ineluttabile, non è una volontà estranea alla vostra che distrugge questa promessa; è il vostro stesso cuore; siete voi che ridete di voi!
La fine più brusca, la rottura più repentina non hanno nulla di tanto lacrimevole quanto questa agonia.
La pietà si mescola allo sdegno ed al sarcasmo; in certi momenti, dimenticate il vostro scontento, pensando al dolore che si rovescerà su voi due quando le parole irrevocabili saranno pronunziate.
E prolungate l'inganno, e soffrite, e fate soffrire; finché, un giorno, quando meno ve l'aspettate, a proposito di nulla, tutto finisce.
Sapete allora quello che accade? -

Nessuno rispose. L'oscurità invadeva la stanza; nessuno pensava a fare accendere un lume.

- Accade, al morale, qualcosa di simile a quel che avviene al fisico, quando una parte del vostro corpo, mortificata, distrutta, è portata via dal ferro del chirurgo.
Sapete quel che si legge nei libri: l'infermo, spasimante, s'acqueta sotto l'azione torpente dell'etere. Dapprima, un senso di liberazione, un'aura esilarante gli rinfrescano il cervello. Egli ride, si sente diventato più leggiero, quasi trasportato su per l'etere, per quell'altro etere, l'imponderabile.
Poi s'accascia, s'addorme, non sente più nulla. Quando riapre gli occhi alla luce, tutto è finito; il suo piede sfracellato, il suo braccio incancrenito non sono più attaccati al suo corpo.
Egli guarda il posto vuoto; ma che cosa è il nuovo portento che adesso si compie?
Egli sente che il suo piede, che il suo braccio portati via aderiscono ancora a lui; le sue sensazioni vi si localizzano ancora; egli avverte come un formicolìo, crede di poterli muovere, adoperare.
Così accade nell'anima.
Quando la passione mortificata ne è stata staccata, quando il ragionamento vi dice che non potrà più tornare, il vostro sentimento si proietta ancora in essa e, più di ogni altro modo reale, di ogni altro affetto presente, l'anima avverte la presenza dell'amore perduto... -

La notte era fonda e la voce moriva.
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categorie: amore, alla ricerca di, civiltà superiore, sepolcri
martedì, 10 aprile 2007

Quel giorno che...


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   Il giorno in cui avrei cambiato il destino di milioni di persone, era arrivato.
Quel giorno che aspettavo da tempo, al quale mi ero preparato religiosamente, giorno dopo giorno, cadeva in una bella domenica mattina di sole.
Era una bella domenica mattina di primavera, e insieme al polline pareva che l'aria scarrozzasse in giro anche il mio tronfio ottimismo.
Mi ero alzato di buon mattino, ed ero andato a letto presto la sera prima, nonostante che ogni sabato, ma anche ogni lunedi, martedi, mercoledi e via discorrendo di buon mattino decidessi che era l'ora di lasciar spazio agli incubi cosiddetti notturni, dopo esser stato sufficientemente sbatacchiato da quelli diurni, ed il primo raggio di sole entrato dagli spiragli della tapparella (che avrei dovuto aggiustare da tempo ma come al solito procrastinavo per mortale pigrizia nelle cose materiali), aveva disegnato il ghigno beffardo della determinazione sul mio volto.
Normalmente il primo raggio di sole non faceva altro che mettermi tensione addosso, e così spesso non mi addormentavo più, ma invece così andò quel gran giorno.
Anche il rumore dello scarico del cesso che perdeva, e che faceva da notturno italiano alla mia stamberga, quella notte mi aveva fatto sognare cascate, limpidi ruscelli, dorate libellule che mi volteggiavano intorno mentre mi bagnavo nel lago dei cigni.
Veramente erano zanzaracce tigri che mi facevano la festa, e il riflesso condizionato mi aveva fatto correre un paio di volte per opportuna minzione...ma questi particolari spoetizzanti nuocciono all'estrema nobiltà del narrar lo mio vissuto, quindi fate conto che questa parte l'abbia cancellata.
   Mi ero alzato di buon'ora, dicevo, e mi ero lavato, mi ero sbarbato un pò, messo un paio di mutande nuove.
 
Ferma...
 
   Ho capito dove volete andare a parare....no, no.
Non ci siamo proprio: alla balla delle 74 (erano 72... buon peso...)  vergini non ho mai creduto. Me ne sarebbe sempre bastata una, usata. Troppo stress, troppa fatica.
Già una sola, di questi tempi, è in grado di procurarti in pochi mesi una tabe dorsale e un principio di Waterhouse-Friderichsen, figuriamoci un' intera divisione della Wermacht in piena tempesta ormonale...
Ah...e pigliatevi poca confidenza sul condizionale.
 
   Dunque: mi vestìi in modo del tutto anonimo (mi accorsi solo alla luce di aver indossato un calzino blu e l'altro nero - imperdonabile errore) e mi recai al mio appuntamento con la Storia.
Il posto era affollato, ben zeppo delle solite facce dal bel colorito metallico, digradante dal bronzo alla tolla. Là in mezzo mi sentivo un gradino sopra, camminavo a dieci centimetri dal suolo, sul tappeto d'aria fritta che circolava creato dai bisbigli dei traffichini, dei venditori di fumo, dei portascroto a cottimo, delle meretrici di Babilonia, che da interi lustri infestavano il Tempio.
In mezzo a loro brillavo di mia luce propria, come la centrale di Chernobyl il 26 aprile dell' '86.
 
Loro potevano solo immaginare quello che stavo per fare, ma non avrebbero mai saputo con certezza. La mia impunità era assicurata.
 
   Avevo un appuntamento, piuttosto elastico, con un complice: era una talpa.
Costui dimostrò di non fare caso a me, nonostante mi conoscesse benissimo. Avevamo discusso a lungo il piano d'azione.
Fece finta di controllarmi, e mi lasciò in mano, distrattamente, un foglio con le ultime istruzioni, e un'arma.
Un'arma potentissima, letale. Una WMD, weapon of mass destruction .
Era giunto il momento di passare all'azione: l'adrenalina salì, salì fino al soffitto, rimbalzò indietro, mi provocò un cerchio alla testa e accese il fuoco allo stomaco, ma ormai ero dentro.
  
   Ero rimasto solo, nel posto prefissato per agire.
 
Ed ero determinato, determinatissimo: il momento della gloria, atteso per lunghi anni, sognato di notte e nascosto di giorno, era giunto.
Freddo, implacabile, aprìi il foglietto e lessi.
 
   Scovai l'obiettivo.
 
Ero pronto. Ero prontissimo. Un brivido di folle piacere salì lungo la schiena, il testosterone già di per sè a mille, nelle solitarie mattinate, raggiunse il picco da chiusura per eccesso di rialzo alla borsa di Tokio.
Caricai l'arma, un bel respiro.
 
   Sparai.
 
   Il giorno in cui avrei cambiato il destino di milioni di persone, passò, insieme ad altri trecentosessantacinque e più.
Quel giorno che aspettavo da tempo, al quale mi ero preparato religiosamente, giorno dopo giorno, caduto in una bella domenica di sole,
non si sarebbe ripresentato, mai più.
 
   Quel giorno fu l'ultima volta che avrei rivolto un' arma contro me stesso.
Da quel giorno, quello strano giorno, non sarei andato più a votare.
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Bandiera Rossa, ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli !
P.P. Pasolini
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