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La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi.

Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressi e oppressori, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta.
Nelle epoche passate della storia troviamo quasi dappertutto una completa articolazione della società in differenti ordini, una molteplice graduazione delle posizioni sociali. In Roma antica abbiamo patrizi, cavalieri, plebei, schiavi; nel medioevo signori feudali, vassalli, membri delle corporazioni, garzoni, servi della gleba, e, per di più, anche particolari graduazioni in quasi ognuna di queste classi.
La società civile moderna, sorta dal tramonto della società feudale, non ha eliminato gli antagonismi fra le classi. Essa ha soltanto sostituito alle antiche, nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta.








Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Tra le principali città d'arte europee, Napoli non può forse vantare la presenza e l'attività nel corso della sua storia di nomi noti a livello mondiale rispetto ad altre città italiane, questo soprattutto perché mentre ad esempio a Roma esisteva il mecenatismo del Papa e a Firenze quello delle grandi famiglie dei Medici, e fenomeni simili si avevano in tutta l'Italia settentrionale, a Napoli il mecenatismo non aveva alcun ruolo in un Regno sotto continue dominazioni straniere spesso poco interessate ad arricchire artisticamente la propria capitale quanto a depredarla. Ciò non toglie che importanti correnti artistiche, e nomi illustri, si affermino dal Seicento alla fine dell'Ottocento, grazie anche a sovrani illuminati come Carlo III (principalmente, quest'ultimo, per l'architettura) e soprattutto grazie alla continua richiesta da parte delle numerose chiese.
L'arte napoletana assume una propria identità artistica nel Seicento con alcuni importanti pittori che si fanno eredi della lezione del Caravaggio, che proprio a Napoli tra il 1607 e il 1610 soggiorna e sviluppa la sua arte.Ad esserne maggiormente influenzato è Battistello Caracciolo, già probabilmente allievo di Belisario Corenzio;
Più o meno parallela a quella del Caracciolo è l'attività di Jusepe de Ribera, detto lo "Spagnoletto", nato in Spagna nei pressi di Valencia e, dopo un soggiorno a Roma, giunto a Napoli nel 1616 forse per sfuggire ai creditori o forse chiamato dal viceré poiché la sua fama era già piuttosto diffusa.
Da citare è poi Aniello Falcone, le cui opere si possono ammirare al Duomo, al Gesù Nuovo negli affreschi della volta della Sacrestia, e al Museo di Capodimonte: nella sua bottega si formarono altri importanti aristi napoletani, tra cui Micco Spadaro e Salvator Rosa, insieme ai quali - e con molti altri - sembra avesse formato la "Compagnia della Morte", così chiamata perché i suoi affiliati uccidevano gli spagnoli nelle strade della città come vendetta per la morte di un loro amico.

Salvator Rosa, nato a Napoli ed attivo in questa città ma anche a Roma e Firenze, fu una personalità poliedrica che abbandonò il barocco e la pittura di genere per dedicarsi alle tematiche più disparate, dalle battaglie all'arte sacra fino all'ultima ma fondamentale produzione di paesaggi selvaggi e fantastici di gusto quasi romantico.

Nell'ultima parte del Seicento dominano contemporanemente (influenzandosi a vicenda) i due principali pittori del periodo, Mattia Preti e Luca Giordano.
Il Preti, detto Cavalier calabrese perché nato in Calabria e fatto cavaliere da Papa Urbano VIII durante la sua attività a Roma, incontra a Napoli Luca Giordano ed esegue pitture votive sulle porte della città dopo la peste del 1656-1657 affrescando poi la chiesa di San Pietro a Maiella.
Di Luca Giordano si è detto che abbia superato definitivamente la tradizione del barocco seicentesco inaugurando l'arte del secolo successivo con i suoi vivaci colori che riprende dalla pittura veneta e dall'attento studio di autori del Cinquecento (Raffaello e Michelangelo). I suoi affreschi al palazzo Medici a Firenze sono tra le opere più note di questo artista esposto a Madrid, Vienna ed altre parti d'Italia e che a Napoli ha affrescato la cappella del tesoro di San Martino.
Nel Settecento la pittura a Napoli stenta ad avvicinarsi alle correnti europee del secolo, quelle classiciste e illuministe, 'limitandosi' a una continuazione del barocco (tardo-barocco) e a un maggiore interesse verso la decorazione.
A cavallo tra i due secoli è l'opera di risonanza europea di Francesco Solimena, in parte erede del grande successo di Luca Giordano, attento a creare scene coreografiche e ricche di complesse architetture.

La pittura napoletana si trasforma completamente nell'Ottocento, abbandonando ogni residuo tardo-barocco o caravveggesco e inserendosi in un più vasto movimento artistico, paesaggistico e in parte romantico, che assume connotati propri con la Scuola di Posillipo tra il 1820 e il 1850.
Questo movimento affonda le sue radici nell'arte paesaggistica di Micco Spadaro e del tardo Salvator Rosa, e si fonde con le innovazioni di artisti quali John Constable e William Turner la cui fama viene portata nella capitale del Regno di Napoli dai romantici impegnati nel Grand Tour, il viaggio obbligatorio di ogni artista del tempo nelle grandi città d'arte italiane.
La Scuola di Posillipo vanta molti artisti minori ma esaurisce completamente il suo corso verso il 1860, lasciando brillare altre personalità slegate da questa corrente quali tra tutti Domenico Morelli, che operò completamente nell'Accademia di Belle Arti di Napoli (come studente, docente, direttore e presidente) e la cui arte fonde verismo a tardo-romanticismo a modelli neoseicenteschi.



